Un sensibile incremento dell’ elettronica, ritmi più frequentemente sincopati, la maggior parte della stesura dei testi (autobiografici) affidata questa volta al cantante e tastierista Einar Solberg.

Con queste credenziali è uscito Pitfalls, sesto e nuovo album dei Leprous, prodotto da David Castillo, mixato dal producer inglese Adam Noble e pubblicato per Inside Out.

La straniante malinconia sulla quale poggia il sound del quintetto norvegese si stravolge così di connotazioni alternative, a tratti alleggerendo quella cupezza crepuscolare con un approccio forse meno meditativo, più diretto e malleabile, in altri casi invece illanguidendola per opera di violoncello e violino (Chris Baum dei Bent Knee).

Già due anni or sono con l’ottimo Malina si erano palesati i primi segnali di un aggiornamento del sound, probabilmente anche necessario per mantenere alto lo standard qualitativo e non ricadere in eccessive ripetizioni, per quanto di alta categoria.

Bene, Pifalls da questo punto di vista è quasi spiazzante ed in alcuni dei 9 brani in scaletta risulta essere l’album più atipico e distaccato dell’intera discografia; giocano un ruolo di rilievo pure i testi di Einar Solberg che, come accennavo, narrano di vicende personali e stati d’animo inerenti la depressione e quindi lo sconforto ed il senso di isolamento che ne conseguono. Ma di base è il “trattamento” musicale che all’ascolto suscita implicazioni differenti.

A mio parere la band norvegese aveva espresso ottime prove ma necessitava di un cambiamento, di alcune intuizioni diverse che creassero uno stacco con il lavoro sin qui svolto; come accade in questi casi sarà il gusto e l’apprezzamento di ognuno a decretarne il successo o meno ma, ribadisco, era un passo delicato ma opportuno.

I primi accenni di tutto questo si avvertono con l’introduttiva Below; intrisa di una malinconia fuori dell’ordinario (o comunque ordinaria per i Leprous), squaderna il suono degli archi in parallelo ad un ritmo blando, una presenza discreta delle chitarre ed un crescente lavoro delle keyboards, corroborate da efficaci inserti electronic. Sulla performance vocale di Solberg credo ormai ci sia poco da aggiungere.

Il basso (Simen Daniel Børven) ed il battere di Baard Kolstad, meno impetuoso del consueto, danno avvio ad un passaggio abbastanza malleabile, quasi in odore pop con un notevole utilizzo di suoni programmati. Una linea melodica disegnata con più leggerezza dal front man per un brano che a dire il vero non mi cattura completamente (I Lose Hope).

Si trasfigura il mood, la band preme sull’acceleratore emozionale e propone due passaggi che ritengo tra i fondamentali nell’economia del disco. Il primo, Observe The Train, vive un minimalismo iniziale di rara solennità, preludio ad una lenta ma progressiva ascesa che ha la caratteristica di mancare di un reale culmine, di una cima, riuscendo così a mantenere inalterato il pathos sino alla chiusura.

Il secondo, By My Throne, si annuncia più serrato nel dialogo tra la ritmica e le tastiere; di nuovo, loop e archi in sottofondo ad accompagnare la voce mentre il ritmo sale in misura costante: un episodio nel quale, volendo sintetizzare, è come se i Leprous incontrassero in qualche modo i Depeche Mode.

Una track breve ed abbastanza immediata ma non del tutto convincente (Alleviate), precede una nuova coppia di grossi calibri. Su di un tappeto di tastiere e suoni elettronici si muove At The Bottom, passaggio carico di drammaticità che viene sottolineata da interventi del violino e sofferte aperture melodiche , pronte poi a ritrarsi nell’alveo di origine. La chiusa, ascendente, è perfetta.

Dal canto suo, Distant Bells è forse la traccia più pregnante, quella che probabilmente lascia un segno indelebile; la sofferenza nel timbro di ES è palpabile, il piano e l’arrangiamento creano come una bolla di tristezza che si propaga all’infinito, enfatizzata nuovamente dal suono degli archi. C’è quindi un improvviso cambio di passo, una sensazione incombente che sfocia in una esplosione finale incontenibile.

E’ la volta dunque di Foreigner, un episodio dalla durata contenuta nel quale chitarre e ritmo tornano protagonisti.

A concludere il brano più esteso, The Sky Is Red, dove forse la band torna più vicina alla dimensione abituale e già apprezzata. Un vortice sonoro, un incessante sali-scendi che narra anche di importanti strappi della chitarra e di un drumming più dinamico; la fase terminale rivoluziona le carte in tavola con un andamento ipnotico e sinfonico al tempo stesso.

Sono del parere che Pifalls è un album destinato a fare discutere. A me nel complesso è piaciuto molto, ad eccezione di due tracce ma sopratutto ho condiviso la coraggiosa scelta di rinnovamento dei Leprous.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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