Flower KIngs – Waiting for Miracles 2019

Pubblicato: novembre 8, 2019 in Recensioni Uscite 2019
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Waiting for Miracles. Questo il titolo del doppio e nuovo lavoro pubblicato per InsideOut dei Flower Kings, tredicesimo della serie, con il quale la band svedese torna al proscenio sei anni dopo Desolation Rose.

La formazione guidata da Roine Stolt ha segnalato nel frattempo due importanti avvicendamenti con l’ingresso di Zach Kamins (chitarra e tastiere) e di Mirko DeMaio (batteria) in luogo di Tomas Bodin Felix Lehrmann.

Come dicevo, l’album si divide in due CD il primo dei quali supera la boa dell’ora di durata mentre il secondo, più conciso, si attesta sui 21 minuti circa; un ritorno, quello del formato doppio, che mancava dal 2006 (Paradox Hotel).

L’insaziabilità musicale di Roine Stolt è ben nota agli appassionati, così come la copiosità delle stesure ne è stata da sempre una costante, un tratto distintivo e forse, aggiungo, quasi una sfida in un mondo che va troppo veloce e consuma qualsiasi cosa con frenesia e (spesso) poca attenzione; cosicché avere in catalogo ben 5 album doppi, in un’epoca come quella attuale, è cosa rara.

Waiting for Miracles va ad inserirsi così, con naturalezza nel filone più recente del gruppo, inaugurato anni fa con Banks of Eden. Vediamolo da vicino…

CD 1

Il primo CD è l’asse portante dell’opera, quello dove a mio avviso sono racchiusi alcuni dei passaggi salienti e che, a mio parere, avrebbe potuto vivere di luce propria. Tralasciando House of Cards, breve ouverture, la vera partenza è rappresentata da Black Flag, una traccia cantata inizialmente da Roine Stolt che racconta molto dei Flower Kings: dopo un avvio cadenzato, Hasse Fröberg raddoppia le voci mentre chitarra e keyboards cominciano il consueto gioco delle parti su di una tessitura che va inerpicandosi per proporre poi le usuali aperture e interludi solisti.

L’organo apre per Miracles for America, brano dallo sviluppo di 10 minuti nel quale la band aumenta la rotazione del motore e la complessità della struttura. Buoni intrecci vocali guidati da Fröberg galleggiano su una trama che man mano acquista ritmo e spessore, corredata di importanti arrangiamenti orchestrali; è il basso pulsante di Jonas Reingold a guidarne la seconda parte, dove richiami al Yes sound sono piuttosto presenti sino ad un travolgente epilogo strumentale.

La successiva Vertigo mette in luce un’intenzione progfusion, sottolineata dal suono del fretless e da partiture avvolgenti delle tastiere su di un ritmo morbido. Buone, di nuovo, le armonie vocali per una linea melodica sognante, l’atmosfera viene impreziosita da suoni di ottima qualità.

The Bridge ci restituisce il lato più drammatico del gruppo; partendo da un tema musicalmente ridotto, è poi la chitarra, con uno strappo molto deciso, a cambiare volto al brano che va a salire a dismisura per intensità.

Violino, viola e sonorità oniriche annunciano e connotano Ascending to the Stars, un vorticoso ed orchestrale passaggio strumentale, mentre la ritmata Wicked Old Symphony si misura su una dimensione più immediata ed accessibile, più in forma-canzone.

L’irruenza delle linee di basso e del drumming caratterizzano l’andamento di The Rebel Circus dove sono chitarra, mellotron e tastiere a fungere da contraltare in un efficace strumentale. Sleep with the Enemy torna a toccare le corde emotive per mano di una chitarra appassionata mentre The Crowning of Greed è la coda levigata del primo CD.

CD 2

Tralasciando intro (House of Cards Reprise) e outro (Busking at Brobank), resta da concentrare l’attenzione su tre episodi. Il primo, Spirals, mostra un ottimo focus che si esprime prima attraverso un sovrapporsi di sonorità anche dissonanti (vagamente frippiane) e poi con un crescendo ritmico ed electronic davvero magnetico.

Steampunk insiste nel territorio sonoro più congeniale alla band e cioè quello di un prog largo e sinfonico punteggiato da molteplici ritmi.

We Were Always Here col suo ritmo tribale offre alcuni spunti interessanti del piano, del basso e degli intrecci vocali, sino ad un chorus emozionante sulle cui ali si dispiegano la chitarra e poi il synth.

Come tradizione, i Flower Kings non deludono e Waiting for Miracles aggiunge un altro tassello alla loro discografia di qualità. Personalmente (è una mia mania, lo so..) avrei preferito un ordito più sintetico ma la loro proporzione rimane questa.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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