Marillion (Roma – Auditorium della Conciliazione – 12 dicembre 2019)

Pubblicato: dicembre 15, 2019 in Recensione Live Shows
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MARILLION

(Auditorium della Conciliazione– Roma, 12 dicembre 2019 )

 

Steve Hogart               v.         SH

Steve Rothery              g.        SR

Mark Kelly                   k.         MK

Pete Trevawas              b.        PT

Ian Mosley                   d.        IA

Praise Of Folly, Sam Morris, Emma Halnan

 

 

Siamo ancora qui, di fronte a questo formidabile gruppo, ad una versione nuova e migliorata di un’emozione che ci portiamo dentro da quasi 35 anni. E’ un fatto, non una coincidenza, che certo modo di fare musica (che per comodità possiamo chiamare prog) senta ad un certo punto l’esigenza di misurarsi con le modalità di esecuzione e le sonorità più vicine alla musica classica. La storia è piena di gruppi anche minori che affrontano le proprie composizioni accompagnati da più o meno grandi orchestre, con archi, strumenti a fiato di ogni genere, e tutto l’armamentario che segue. A volte i risultati sono deludenti, altre volte no.

Nel caso dei Marillion l’accostamento sembrava abbastanza audace: non un’intera orchestra, ma il classico quartetto d’archi arricchito da un flauto e un corno inglese (french horn). Ebbene. il risultato è stato quello che, probabilmente, ogni musicista o gruppo che sperimenta questo territorio vorrebbe: arricchire e non neutralizzare il tratto emozionale di ciascun brano, con l’intervento di una gamma maggiore di timbri e di sonorità, capaci di dare angolazioni e respiri nuovi a composizioni note.

Oltretutto, i brani dei Marillion, innanzitutto quelli selezionati (ma sono certo che sarebbe stato così anche con molti altri) per questo particolare mix, sembrano prestarsi bene a questa particolare operazione,  secondo me – da non musicista- anche per il loro alto coefficiente melodico e narrativo: fatto che li rende particolarmente adatti ad indossare un vestito tutto nuovo. Nella serata di giovedì scorso a Roma in fondo è successo questo, anche nella dimensione live. L’impressione generale è stata quella di brani (selezionati in modo davvero particolare) che hanno finito per trovare una dimensione altra, superiore  e per molti versi più completa.

Su tutto, una sensazione di padronanza scenica e degli strumenti unica, una capacità e fluidità nell’approccio ai brani e nell’esecuzione sempre stupefacente, insomma: classe allo stato puro. Fin dall’introduzione (Gaza) il gruppo sembra giocare con la propria capacità e maturità, con la sua musica. Squarci che si aprono, atmosfere che mutano repentinamente, ruvidità associata alla più incredibile morbidezza dei toni. Diciamo subito che molto di questa notevole performance si deve allo stato di forma (davvero notevole) di SH sia fisicamente sia, soprattutto, vocalmente. Sembra quasi che le sua capacità vocali siano migliorate col tempo, perdendo quei tratti di piattezza che spesso infastidivano agli inizi (nel confronto con il predecessore), a favore di una maturità complessiva evidente, con la capacità di gestire e interpretare con sufficiente drammaticità i registri e i testi che sappiamo essere mai banali.

Il saluto da parte dei fan con bandiere colorate al termine del primo brano ha sicuramente messo di buonumore il gruppo. E questo ha consentito di apprezzare meglio, anche grazie all’acustica della location, la perfetta combinazione tra gli archi e il modo unico e particolare di suonare dei nostri. Beyond You, appare dotata di una nuova luce, capace di esaltarne i toni già drammatici, e, a seguire, Seasons End, dalla preistoria, potremmo dire, apprezzata moltissimo dal pubblico, con una integrazione perfetta tra vecchia e nuova veste.  Anche la scelta di Estonia non appare casuale, ed è indicativo che SH la presenti come una bella canzone che la presenza di archi e fiati rende ancora più bella, tradendo così chiaramente l’intenzione (non solo commerciale) dell’intera operazione.

Dicevamo della straordinaria prova vocale di SH. Ma la spina dorsale dei Marillion, il loro valore aggiunto, sempre nella mia personale opinione, è dato da quella che già Fish chiamava “la più straordinaria base ritmica dell’universo”: PT e IM sono le radici sicure e solide su cui si basa l’universo dei Marillion. Basta ascoltare l’esecuzione inaspettata di un pezzo ormai datato e spesso criticato per la sua leggerezza di fronte a composizioni più strutturate: You’re Gone. Qui sono davvero rimasto attonito di fronte all’impressionante lavoro di PT su tutta la linea ritmica del brano, che dal vivo soprattutto si regge quasi ed esclusivamente su questo trascinarsi e inseguirsi tra basso e batteria, in un ritmo che dà energia e spessore a tutto il resto. E’ come se tutto fosse portato ad un livello più alto, non so spiegare meglio. I tempi combaciano, non sento sbavature, la fusione è perfetta, un motore oliato che potrebbe continuare a suonare per ore, senza stancare.

Finalmente emergono dalle retrovie le linee melodiche di SR, fin qui un po’ in secondo piano e naturalmente destinato a cedere una piccola quota del suo dominio sulle varianti melodiche al quartetto di archi (ma ancora di più MK). Ma non conta, è tutto in funzione di un equilibrio che sembra magicamente rivelarsi agli occhi di chi ascolta.  Poi The New Kings, preceduta da un accenno di SH vagamente polemico sulle elezioni politiche in Inghilterra e quindi a testimonianza della perfetta attualità del testo di questo splendido pezzo dell’ultimo album. Anche qui, un brano esaltato dalla dimensione narrativa, già vissuta altre volte nella dimensione live e definitivamente accertata dall’uso sapiente delle parti di archi e di corno inglese, con una parte centrale in cui la sezione ritmica continua a lasciare a bocca aperta, per la precisione, l’intensità e la capacità comunque di non essere invadente.

A seguire The Sky Above the Rain, bellissima e ancora più ammorbidita e resa evocativa dall’accompagnamento degli archi, e  Afraid of Sunlight  con MK in evidenza. Ma ecco il brano che più di tutti sembra aver dato l’ispirazione alla variante classica:  The Space. Un grappolo di minuti di musica che sembra nata per essere suonato in questa (nuova) veste. Un’introduzione densa di richiami alla musica classica romantica (mi è venuto in mente Brahms) e poi un incedere tenuto sapientemente dagli archi, per fare spazio alla voce cristallina di SH che esalta ancora una volta la struggente malinconia di un brano che, per quanto mi riguarda, è stato uno dei primi a rivelare la rinascita dei Marillion, accennando a quanto di bello sarebbe potuto succedere negli anni seguenti, fino ad oggi (basta pensare all’assolo di SR molto inusuale).

Intorno, il pubblico preso e rapito, non posso dire altro: esecuzione splendida. Siamo alla fine. Il tempo per altre due perle. Ocean Cloud, per quasi 20 minuti di enciclopedia marillica: atmosfere più ricche e più piene fin dall’inizio, un assolo iniziale di SR più intenso del solito, il sostegno degli archi sulla sfondo. Musica che sale e che scende e che nei momenti di calma lascia uno spazio nuovo ai violini, per poi aprirsi in un’altra dimensione, narrativa (a story to tell), fino alla fine, con un suggestivo inseguirsi tra archi e voce di SH.

E il capolavoro finale, This Strange Engine, in cui finalmente anche MK si prende lo spazio che si merita e dove l’intervento degli archi ancora una volta riempie e aggiusta tutta l’atmosfera già intensa della storia. Il tempo dell’assolo ormai proverbiale di SR e il concerto finisce. Con la sensazione maturata brano dopo brano di aver assistito ad una delle migliori performance di questo gruppo che continua, anno dopo anno, a regalarmi emozioni, e materiale indistruttibile per costruirne ancora di nuove,  merce davvero rara in questi tempi.

 

Silvano Imbriaci

Dicembre 2019

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