Moody Blues – Days of Future Passed (1967)

Pubblicato: giugno 3, 2020 in Recensioni Vintage
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Dopo un avvio anonimo giocato tra il beat ed il R&B, i Moody Blues decidono di cambiare radicalmente il passo e così la Deram, etichetta sussidiaria della Decca Records, pubblica il secondo lavoro della band di Birmingham intitolato Days of Future Passed.

Sotto l’attenta regia di Tony Clarke, producer cui il gruppo si lega per molto tempo e con l’accompagnamento di un’orchestra (London Festival), il quintetto sfodera uno dei primi concept album cui in seguito spetterà il titolo di antesignano del progressive rock.

Dividendo in modo preciso le partiture tra la band e l’orchestra e con l’aggiunta del mellotron, suonato da Mike Pinder, Days of Future Passed aggiunge componenti alternative al sound dell’era psichedelica. L’album ottiene un discreto successo in Inghilterra ma, qualche tempo dopo, sbanca letteralmente negli Stati Uniti grazie, soprattutto, alle grandi suggestioni regalate da Nights in White Satin, un brano destinato alla leggenda.

Ed è proprio l’orchestra a lanciare la corposa ouverture strumentale The Day Begins, seguita da un breve recitato di Mike Pinder (Morning Glory). Ancora l’orchestra ad introdurre e chiudere Dawn: Dawn Is a Feeling, una malinconica ballad guidata dal piano e dalla voce del nuovo chitarrista Justin Hayward. Composta e cantata dal flautista Ray Thomas, si snoda quasi a tempo di marcia sino a sfumare con l’ingresso dell’orchestra, la successiva The Morning: Another Morning che si scioglie, allungandosi, nel passaggio seguente a firma John Lodge, uno dei momenti di più autentica psichedelia del disco (Lunch Break: Peak Hour).

Proseguendo la descrizione della giornata, il secondo lato si apre con la sognante Forever Afternoon (Tuesday?) nella quale compare il mellotron; a questa è collegata (Evening) Time to Get Away, segnata da un bell’arpeggio della chitarra e a guida vocale di John Lodge.

Evening è divisa in due fasi. The Sunset trova lievi richiami del lontano oriente mentre Twilight Time inserisce ulteriori elementi psichedelici.

Al termine giunge The Night, incentrata prima sugli accordi indimenticabili di Nights in White Satin, manifesto di una generazione e poi sulla chiusura recitata di nuovo da Mike Pinder (Late Lament).

Lo stretto connubio tra il gruppo e l’orchestra, il riuscito incastro delle parti, il fatto che ognuno dei membri contribuisce alla stesura dei brani, sono tutti buoni motivi per rendere Days of Future Passed un album molto particolare e di assoluto valore.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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