Dopo i due live pubblicati lo scorso anno con il contributo di alcuni colleghi, i Magenta hanno fatto ritorno in studio per dare alle stampe l’ottavo titolo in catalogo, Masters of Illusion.

Qui hanno collaborato pure John Mitchell (voce), Pete Jones (sax. poli strumentista titolare del progetto Tiger Moth Tales) ed il quasi onnipresente Troy Donockley (uilleann pipes).

Masters of Illusion è un album che contiene e conferma tutte le prerogative e le qualità della band gallese: anzi, al riguardo devo citare i Magenta come uno dei pochi gruppi che, pur senza apportare modifiche o aggiornamenti sostanziali al proprio sound, sono sin qui riusciti a mantenere un livello interessante ad ogni uscita.

Certo, qua e la affiora un pizzico di prevedibilità (o comunque, di “già sentito”) ma questa si diluisce bene nel complesso di tracce ben strutturate; le trame di Rob Reed (anche produttore) e Chris Fry continuano a catturare l’attenzione pur se tra qualche auto-indulgenza e la voce di Christina Booth rimane, a mio avviso, di riferimento nel panorama neo prog declinato al femminile.

Le sei tracce che compongono l’album percorrono un filo, quello legato al cinema horror degli anni ’50 e ’60, con riferimenti ad attori, registi e personaggi del tempo come può testimoniare l’introduttiva Bela, dedicata alla carriera dell’attore di origini ungheresi Bela Lugosi. Un suggestivo arrangiamento orchestrale anticipa l’ingresso ad alto voltaggio della band e, solo successivamente, quello della voce; basso e batteria avanzano decisi con gli inevitabili richiami allo Yes – sound, la chitarra di Chris Fry duella con le tastiere di Rob Reed e su tutti vola leggiadro il timbro di Christina Booth, brava nel governare una trama non semplice.

Agli amanti delle atmosfere delicate e romantiche, sonorità dolci e cantato da pelle d’oca consiglio l’ascolto di A Gift from God, il passaggio più emozionale del disco (con qualche refolo Genesis in lontananza). Grande pathos, un soundscape avvolgente ed in crescendo dove si sposano efficacemente le voci della singer e dell’ospite John Mitchell.

Reach for the Moon si apre con la chitarra in evidenza ed una ritmica rotonda; uno strappo del sax (Pete Jones) non spezza comunque l’incedere sin qui  vagamente venato di blues. A questo provvedono invece le tastiere di Reed, trascinando il brano su di un abbrivio decisamente prog, più movimentato ed articolato.

Accordi sincopati del piano aprono Snow; il battere pulsante di Jon Griffiths accoppiato al basso (Dan Nelson), costruisce la piattaforma sulla quale si inerpica la melodia cantata da CB (per altro non irresistibile), innervata a più riprese da archi, chitarra e keyboards.

Le uilleann pipes, un fitto arpeggio dell’acustica, il synth che si aggiunge..e si parte. The Rose si spiega gradualmente, ora con l’entrata del piano, ora della chitarra o, ancora, con un innesto del sax: si sommano man mano tasselli a delineare lo sfondo sul quale l’ispirata cantante traccia la linea melodica mentre il pezzo acquista e modifica il ritmo.

In ultimo la solida title track per quasi 17 minuti di durata che rappresenta la summa del lavoro. Una parte iniziale delicata e larga funge da apripista alle tastiere e poi alla sei corde che si alternano fino ad una breve pausa nella quale torna la voce di Christina. Si succedono quindi scenari diversi dove si riaffacciano, palpabili, richiami agli Yes, tra ritmica serrata e crescente e turbinose fughe, stacchi improvvisi e armonie vocali. Nell’ultima sezione sale prepotentemente alla ribalta la chitarra di Chris Fry.

Da sempre estimatore dei Magenta non nego che mi sarei atteso qualche segnale innovativo, un parziale aggiornamento del sound ma confermo la bontà complessiva del lavoro. Masters of Illusion tiene alta la bandiera del Galles.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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