Così come nella vita anche nella musica la coerenza è una virtù particolarmente apprezzata e questo è sicuramente il caso di Tim Bowness che pubblica per Inside Out il suo nuovo lavoro solista intitolato Late Night Laments.

Fedele al proprio stile, il musicista britannico negli ultimi anni non si è risparmiato con una cospicua produzione solista, oltre a quella che lo vede compartecipe con i No-Man ed altre sempre di buon livello; il nuovo album dunque lo vede procedere sulle consuete coordinate, al solito accompagnato da ottimi collaboratori tra i quali Steven Wilson che si è occupato del mixing.

E’ altrettanto vero però che da sei anni a questa parte la presenza di Bowness tra le nuove uscite è risultata una costante e quindi…

…se a prezzo della coerenza si cominciano a sfornare dischi quasi in fotocopia (pur mantenendo una pregevole qualità), qualcosa forse comincia a non tornare più.

E si arriva così a Late Night Laments, un album che regala le usuali atmosfere sussurrate, soundscapes malinconici e sognanti, la precisione e la puntualità di esecutori sopraffini ma pure un canovaccio prevedibile e che, a dirla tutta, si sta in buona parte logorando, cristallizzato in un immobilismo formale che toglie incanto a composizioni che smarriscono il mistero, costruite ormai sempre e solo con il medesimo imprinting.

Sia chiaro, nessuno chiede ad un musicista di stravolgere la propria essenza o cambiare per stare al passo con le mode del momento: ma inanellare un filotto di dischi (pur dotati di fascino, lo sottolineo) elaborati quasi in serie non è un segnale di grande ispirazione.

I nove brani contenuti in Late Night Laments infatti avrebbero potuto fare parte di uno qualsiasi dei quattro album precedenti, tanto sono in sintonia e calzanti sia come struttura che come mood.

Tra di essi spiccano comunque Darkline, dolce ma ombrosa nel suo incedere sospeso ed elettronico (importante a questo proposito la “mano” di Richard Barbieri) e The Hitman Who Missed, avvolgente nel suo lento e morbido dipanarsi punteggiato da sonorità programmate, vibrafono (Tom Atherton) e note corpose del basso di Colin Edwin.

In ordine sparso poi c’è un folto gruppo di tracce che racconta (di nuovo) dello stile di Tim Bowness, a cominciare da quella I’m Better Now che trova tra i protagonisti la chitarra di Kavus Torabi e la voce addizionale di Melanie Woods, entrambi con i Knifeworld.

Never A Place si culla tra voce sognante e suoni raffinati su di un crescendo ritmico mentre The Last Getaway, intrisa di nostalgia, riconsegna l’arrangiamento delle keyboards nelle sapienti mani di Barbieri.

Hidden Life resta a lungo sospesa, quasi incognita, prima di ammarare su onde appena accennate, tra suoni levigati ed ipnotici. One Last Call è una chiusa di stampo classico per il musicista inglese, impreziosita da note profonde di Colin Edwin.

Volutamente ho lasciato in coda Northern Rain (brano introduttivo) e We Caught The Light, due tracce che a mio vedere non decollano, troppo ancorate a cose già proposte in passato.

Prodotto con la collaborazione di Brian HulseLate Night Laments porta in dote le abituali atmosfere suggestive ma poca anima, credo che il versante sia stato ormai completamente esplorato e per Tim Bowness sia ora tempo di una pausa per riordinare le idee.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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