Un gradito ritorno dalla Norvegia quello dei Gazpacho che presentano Fireworker, undicesimo lavoro in studio per l’attiva band di Oslo, pubblicato per Kscope.

Il gruppo capitanato dal front man Jan Henrik Ohme vanta ormai un largo seguito ma pure un alone quasi mistico (da cult band) che lo circonda; pur tuttavia, parere del tutto personale, a fronte di una indubbia qualità, continuano ad affacciarsi spesso evidenti richiami alle atmosfere e, talvolta, al sound di altre band e a questo punto ritengo che questo elemento sia ormai ineludibile.

Fireworker tra l’altro riconduce i Gazpacho su brani estremamente dilatati, infatti dei cinque in scaletta uno sfiora i 20 minuti e l’altro supera i 15…

…e mai come in questo caso il disco suona come l’incontro apicale tra i Gazpacho ed i Radiohead, principalmente per le atmosfere profonde, intime e labirintiche messe in campo dal sestetto; d’altro canto, nel suo complesso, Fireworker è assolutamente godibile, ben strutturato e suonato, piuttosto coeso e raffinato nei particolari, la fotografia perfetta di un gruppo da tempo giunto alla maturità cui manca però un pizzico di audacia.

E dunque, unendo i pezzi tra loro, mi trovo a dovere ribadire che ancora una volta davanti ai Gazpacho sono in difficoltà nel formulare un parere netto, perentorio, senza che questo divenga per forza di cose tortuoso.

Ad ogni modo l’ascolto di Fireworker si rivela piacevole sin dalla iniziale e maestosa suite intitolata Space Cowboy che potrei definire un trattato sulla band norvegese: atmosfere rarefatte, passaggi suggestivi ed il timbro ispirato e carezzevole di Jan Henrik Ohme si dipanano in lenta progressione, costruendo un dedalo di pareti sonore trasparenti sulle quali si perpetua un gioco infinito di rimandi, di riverberi. Scarni accordi del piano (Thomas Alexander) precedono l’ingresso dei tamburi e di un possente coro che, nello svolgimento, acquista a più riprese un ruolo cardine a sottolineare l’intensità delle modulazioni del brano.

Queste vengono enfatizzate anche da improvvise accelerazioni del ritmo che coinvolgono tutti i musicisti, prima di una chiusa ascendente dove di nuovo il coro ed il violino (Mikael Krømer) si mettono in buona evidenza.

Hourglass vive un avvio molto dolce, affidato a piano, voce e mellotron. Un andamento profondamente malinconico cui si aggiunge il suono di un organo ed un nuovo inserimento del coro ha il suo compimento in una sezione che vede protagonista il violino.

Parte ritmata la title track, probabilmente unica traccia in pura forma canzone, implementata da un  accompagnamento di archi. Il brano ricorda certa pomposità dei Muse ma nel computo totale è a mio avviso il meno convincente.

Di altra pasta la successiva Antique, decisamente più introspettiva e segnata da una lenta cadenza sulla quale si  staccano intarsi del piano e poi del violino ad accompagnare la voce. Successivamente l’ingresso del mellotron e quello graduale della chitarra perfezionano un disegno etereo.

I titoli di coda scorrono sulla corposa Sapien, il pezzo in assoluto più centrato. A differenza di Space Cowboy, la struttura è più movimentata con un inizio incombente in progressivo crescendo, preludio ad una prima e breve esplosione corale del suono; questo dualismo si protrae fino a metà circa dell’elaborato per poi registrare (finalmente) il netto ingresso della chitarra (Jon Arne Vilbo), sin qui un poco in ombra. Questo è il segmento più evocativo di Sapien, davvero da non perdere, prima del ricongiungimento al tema iniziale.

Questo è Fireworker, nuovo lavoro dei Gazpacho.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. David ha detto:

    qual è il loro album che preferisci?

  2. Max ha detto:

    Ciao David, te ne indico due, diversi tra loro: Tick Tock e Missa Atropos

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