Dolore universale, ansia ed angoscia per l’inadeguatezza delle risposte che il mondo offre alla domande di ognuno, coniugato ad una sorta di male di vivere che da la stura alla depressione. Questi i significati principali che si possono attribuire a Weltschmerz, termine tedesco utilizzato da Fish per intitolare il suo nuovo (e purtroppo) ultimo album, in formato doppio.

Un lavoro che ha vissuto una gestazione estremamente tribolata, legata ai tempi lunghi del musicista, alle sue condizioni psico-fisiche, ai lutti familiari ma, sopra ogni cosa, alla decisione di ritirarsi dalle scene congedandosi proprio con questo disco, nel quale è circondato dalla squadra dei più fidi collaboratori e da altri ospiti illustri.

Ed ecco che quella di Weltschmerz non è e non può essere una recensione come tante altre perché non può prescindere dalle sensazioni e dallo stato d’animo che scaturisce ascoltandolo, con la consapevolezza del fatto che si tratta dell’ultimo squillo annunciato dal “pesciolone”. Una figura carismatica e di riferimento, grandissimo front man dal timbro inconfondibile e valido autore di testi, icona della resurrezione del prog negli anni ’80: dapprima capitano dei Marillion, ha collezionato in seguito da solista 11 album in studio ed un cospicuo numero di live a fare data dal 1990. Credo sia comprensibile dunque il senso di perdita per questo stop.

Fish però prima di salutare ci consegna un doppio album, interessante, che merita di essere visto più da vicino con un occhio attento pure ai testi. Ad esso prendono parte gli inamovibili Steve Vantsis (che oltre al basso suona praticamente tutto eccezion fatta per le pelli), Robin Boult (chitarra) e Foss Paterson (tastiere); di rinforzo si aggiungono John Mitchell (chitarra), Craig Blundell Dave Stewart (batteria), l’ex Van Der Graaf Generator David Jackson al sax, Liam Homes (tastiere), Doris Brendel (cori) e gli otto elementi della Scottish Chamber Orchestra.

CD 1

Avvio affidato a Grace of God, un passaggio di chiara matrice Fish che si concretizza in una introduzione sospesa per proseguire con una fase narrata in crescendo, mantenendo comunque uno sviluppo aereo implementato dall’abbondanza di suoni.

Man with a Stick concede più di qualcosa all’immediatezza, muovendo da un ambiente simil gabrieliano; sicuramente uno dei brani più diretti grazie anche ad un ritornello scarno ma efficace, ad un giro melodico “pronto” e ad un ritmo costante.

Sale decisamente la levatura con la successiva Walking on Eggshells. Aperta da chitarra acustica e keyboards, è un terreno perfetto su cui adagiare la voce di Fish prima e gli archi poi. Entra con discrezione la batteria, quindi Doris Brendel a doppiare vocalmente il nostro e poi emerge anche la chitarra, prima del turbinoso epilogo.

Poco entusiasmante This Party’s Over. Qui il cantante scozzese sceglie di andare sul sicuro con un episodio dal sapore vagamente folk-rock, una sorta di marcia in ascesa che però non scalda più di tanto.

A completare il primo CD il brano più ambizioso e dilatato, Rose of Damascus. Sulla sua valutazione pesano a mio vedere una durata eccessiva ma, sopratutto, dopo una prima parte dove voce e chitarra acustica raggiunte dagli archi hanno il compito di tessere la tela, una trama centrale di fattura più grezza dove manca il “lampo”. Molto meglio invece la sezione terminale dove il prezzo acquista suggestioni e l’atmosfera diviene fortemente evocativa.

CD 2

Il secondo CD si apre con Garden of Remembrance e qui dominano incontrastate le emozioni, amplificate dal video che ritrae Fish seduto su una sedia a raccontare in modo toccante il suo dolore per la perdita del padre, la terribile malattia della madre ma pure a ricordare tutta la sua carriera di musicista ed il suo percorso personale. Una costruzione estremamente malinconica, nostalgica, che forse non ha velleità da brano indimenticabile ma che sprigiona tanta di quella umanità da fare venire i brividi; e quelle lacrime che gli rigano il viso, sul finale del clip, raccontano più di mille parole.

C Song (The Trondheim Waltz) non si segnala tanto per il contesto musicale quanto per un testo amaro e disilluso, accompagnato appunto da una sorta di “valzer triste”, una ballad forse non proprio tra le più riuscite di Fish mentre di tutt’altro spessore è la seguente Little Man What Now?, passaggio molto intenso e notturno che echeggia alcune atmosfere watersiane e dove spicca il sax di David Jackson su di un tessuto di fine qualità.

La storia di una vita in uno spaccato del centro edimburghese. Waverley Steps (End of the Line) racchiude di nuovo le due linee narrative che caratterizzano Garden of Remembrance ma in questo caso il brano è più articolato, ritmato, concepito come un lungo movimento sussultorio nel quale si alternano segmenti più intimi ed altri, estesi ed incalzanti, comprendenti pure l’utilizzo di ottoni.

La title track è l’amaro saluto finale, una serie di riflessioni su quello che è lo stato di degrado delle cose al mondo e su quanto ci sia da migliorare e riparare. Pezzo musicalmente tirato,se vogliamo epico e “battagliero”, che ospita anche una delle poche sequenze decisive della chitarra.

Weltschmerz è un buon disco ma non assurge allo status di capolavoro: in alcuni momenti Fish si dilunga in eccesso, senza dubbio avrebbe potuto essere più sintetico sfrondando qualcosa ma, trattandosi del suo addio, va bene così e lo ringraziamo per tutta la sua bella musica.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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