L’inattività live dovuta alla pandemia che purtroppo stiamo ancora vivendo fa si che i musicisti abbiano più tempo da dedicare al comporre, al pensare, al tracciare idee, soluzioni, spunti e quindi a trasferirli nero su bianco.

Non fanno eccezione dunque i Flower Kings i quali, giusto ad uno dalla uscita di Waiting for Miracles, si ripropongono adesso con Islands, un nuovo e corposo doppio album pubblicato per InsideOut che vede all’opera la medesima formazione del precedente.

Nel caso di specie, per Roine Stolt e compagni questa opulenza, questa insistita abbondanza nella quantità di composizioni non si trasforma in un boomerang. Infatti, se il primo CD risulta all’ascolto piuttosto compatto e scorrevole, calibrato ma forse senza particolari picchi espressivi, il secondo invece proietta la band proprio a livelli molto alti con brani che uniscono gusto e tecnica a strutture estremamente solide, in alcune occasioni esplosive. Emergono così la classe di un gruppo e dei singoli elementi, capaci ancora di scrivere pagine di spessore pur dopo tanti anni di attività.

CD 1

Il primo CD si suddivide in 11 tracce per poco meno di 52 minuti di durata e, pur proponendo situazioni e soluzioni diverse, mantiene a mio avviso una notevole regolarità di rendimento.

L’avvio serrato di Racing with Blinders On mette subito in evidenza l’incredibile groove sciorinata dal monumentale Jonas Reingold e dai colpi efficaci di Mirko DeMaio, ai quali presto si aggiungono la chitarra e la voce di Roine Stolt. Una ballad in mid tempo segna l’apporto crescente delle tastiere di Zach Kamins (From the Ground) mentre la successiva Black Swan dipinge un paesaggio musicalmente largo e melodico cui però, a mio parere, non corrisponde una struttura convincente.

Morning News si distende placida e senza particolari sussulti, seguita da un brano di maggiore tiro dove tra l’altro si segnala nuovamente il lavoro pregnante e decisivo del basso (Broken).

Parzialmente inespressa la breve ed orchestrale Goodbye Outrage; per contro, gustosissima e promettente la fusion proposta da Journeyman, purtroppo dall’elaborato ancora più contenuto.

Concreta e suadente l’atmosfera creata dalla stuzzicante Tangerine mentre si dilatano le distanze con Solaris dove orchestrazioni, ritmo profondo ed una robusta sezione strumentale ne divengono i pilastri imprescindibili.

Heart of the Valley tra chitarra e Mellotron rilancia il lato più epico dei Flower Kings, prima della conclusiva Man in a Two Piece Suit, largamente incentrata sulla chitarra di Stolt.

CD 2

Il secondo disco, leggermente più breve (44 minuti), si apre con All I Need Is Love, tra qualche eco beatlesiana ed un piglio invece tipicamente… svedese, specialmente nella seconda parte.

E’ con A New Species però che comincia davvero ad elevarsi l’asticella: un intricato passaggio strumentale guidato da tastiere e piano cui fanno poi da contraltare frequenti stacchi ritmici ed incursioni della sei corde.

Northern Lights enfatizza l’aspetto sinfonico della band con una continuità impressionante mentre la sinuosa Serpentine, introdotta e guidata dal sax soprano dell’ospite Rob Townsend, mette in luce la capacità di indicare soluzioni ritmiche diverse.

Un’aria assolutamente solenne si sprigiona dalle note di un organo e poi della chitarra per un altro strumentale (Looking for Answers) mentre è un romanticismo avvolgente a caratterizzare ogni passo della splendida e torrida Telescope.

Molto piacevole l’andamento ritmico di Fool’s Gold. Suggestioni eteree si susseguono in Between Hope & Fear prima dello zenit inequivocabile, la immaginifica title track che chiude l’album.

Più di un’ora e mezza di musica, difficile pretendere il top da ogni passaggio ma va detto che, ancora una volta, i Flower Kings ci sono (e con loro Roger Dean, autore dell’artwork) !

Max

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