Transatlantic – The Absolute Universe 2021

Pubblicato: febbraio 6, 2021 in Recensioni Uscite 2021
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Tempi lunghi tra un disco e l’altro per i Transatlantic ma ora, dopo un’attesa durata ben sette anni (Kaleidoscope), la super-band torna in azione con un’opera faraonica. Infatti, il nuovo concept-album intitolato The Absolute Universe, vede la luce via Inside Out addirittura in due versioni, tra loro complementari.

La prima (Forevermore -Extended Version) si compone di due CD per un’ora e mezza esatta di musica; la seconda (The Breath of Life – Abridged Version) consta di un solo CD dove i brani sono stati letteralmente ri-arrangiati, modificata la durata, testi e ruolo di voce solista. Una terza e ultima (The Ultimate Edition) è invece in edizione speciale e limitata.

Una produzione colossale dunque con la quale i Transatlantic si sono superati, quasi a volere ripagare i fans per la lunghezza della pausa. Il roccioso quartetto giunge così alla quinta (e sesta!) pubblicazione in studio, prendendo le mosse da quel Kaleidoscope che aveva ottimamente impressionato ma non fatto gridare al capolavoro.

Considerata l’incredibile mole di musica ho deciso così di concentrare le mie impressioni su Forevermore -Extended Version, l’edizione in doppio CD.

CD 1

Nove tracce in scaletta per uno svolgimento di 47 minuti.

Apertura affidata di rito a Overture, strumentale potentissima con la quale la band parte a mille e dove è impossibile non evidenziare un Mike Portnoy presente a livelli apicali; c’è spazio per tutti comunque, per incisi superbi della chitarra di Roine Stolt, per le concrete trame delle keyboards di Neal Morse e per le linee pulsanti del basso di Pete Trewavas. Su questa scia prende l’abbrivio Heart Like a Whirlwind, segnata da ritmo incalzante e travolgenti crescendo melodici guidati dalla voce di Neal Morse, sino ad uno strappo conclusivo della sei corde.

E’ l’Hammond a fare capolino in Higher Than the Morning, condotta vocalmente dal chitarrista svedese, ben supportato da cori robusti; il sound dei quattro è davvero pieno, il brano gira a meraviglia scandito da cambi di tempo, tappeti di tastiere ed un basso estremamente solido. La chiusa è incentrata sul suggestivo suono del Mellotron.

C’è grande continuità tra un passaggio ed il successivo come dimostra The Darkness in the Light ed è ancora la sezione ritmica a farla da padrone. Questa volta è il bassista inglese a incaricarsi di alcune variazioni mentre Stolt Morse si “incrociano” al microfono e duellano in modo sopraffino con i propri strumenti.

Una pausa contenuta giunge con Swing High, Swing Lowballad piuttosto mossa inizialmente guidata da N. Morse al canto e chitarra acustica; lo sviluppo prevede invece un innalzamento del ritmo ed una fase conclusiva serrata e strumentale che sfuma nella seguente breve e tirata Bully.

Il piano, un battere rotondo e regolare ed un retrogusto vagamente beatlesiano contraddistinguono Rainbow Sky sino all’ultima parte dove sale la rotazione del motore per lanciare Looking for the Light,  brano vigoroso dove la voce solista è quella di Portnoy e si esalta il lavoro costante di Trewavas al basso.

The World We Used to Know vive dapprima una splendida e vorticosa fase strumentale sino ad uno stop che coincide con l’ingresso della voce di Roine Stolt; un’importante apertura melodica caratterizza così la parte centrale del brano, completata da un prolungato solo della chitarra. Tocca poi a Neal Morse guidare vocalmente la sezione conclusiva, in un maestoso crescendo.

CD 2

Nove tracce in scaletta per uno svolgimento di 43 minuti.

Riprendendo lo schema del primo CD, si parte molto forte con The Sun Comes Up Today. Un bel coro iniziale sfocia in un’apertura rutilante guidata da chitarra e tastiere; cambio di passo impresso da Hammond e ritmica che aumenta vertiginosamente, poi si cominciano ad intersecare parti vocali ben collocate su un elaborato di ampio respiro.

Love Made a Way (prelude) è un piccolo bozzetto semi-acustico di Neal Morse, preludio del brano finale, mentre Owl Howl è uno dei passaggi più intricati e serrati, nel quale una fitta trama dall’incedere minaccioso e per lo più strumentale si accende con fiammate improvvise; una sospensione imposta dal suono di un flauto prepara il terreno ad una conclusione turbinosa.

Di grande impatto anche la seguente Solitude, in prima battuta condotta da ostinati del piano, tastiere e la voce di Portnoy. Successivamente alcuni interventi della chitarra ed i crescendo melodico/vocali/orchestrali di Morse provvedono ad elevarne molto il pathos.

Quindi è la volta di due brevi passaggi. Belong, strumentale, ritorna su un tema già qui sviluppato aggiungendo qualche accenno fusion. Lonesome Rebel si culla su di un’atmosfera più placida, tra il canto di Stolt, il suono della chitarra acustica e un tappeto di keyboards, fino all’entrata del duo ritmico (qui in veste contenuta e di vero accompagnamento).

Notevole l’impatto di Looking for the Light (reprise) che mette sotto i riflettori un basso possente, una batteria granitica (le rullate si sprecano) e un Neal Morse che si può scatenare con l’Hammond prima del tripudio finale.

The Greatest Story Never Ends esalta di nuovo la forza d’urto del gruppo che dispone, lo ribadisco, di un sound davvero consistente e, in questo caso, esprime pure polifonie in stile Gentle Giant.

Love Made a Way segna il termine del doppio album; un brano affidato vocalmente a Morse, largo come si conviene ad una chiusa sinfonica, epico come sanno essere quelli dei Transatlantic, con la chitarra di Stolt ad imprimere variazioni.

Siamo solo ad inizio febbraio ma The Absolute Universe a mio avviso si pone già come un serio candidato per la playlist di fine anno. Un lavoro suonato e prodotto magnificamente dove si coglie un certo equilibrio tra sezioni strumentali e ampie parti vocali; un disco che sprigiona una forza impetuosa, dove ogni musicista è impegnato coralmente ma ha anche modo di valorizzare le proprie doti singole. Pur non proponendo alcuna novità e sebbene a fronte di un’estensione massiccia, non annoia e non è tempestato di filler. Complimenti Transatlantic !

Max

commenti
  1. AntonioC. ha detto:

    Una band in stato di grazia.
    Non che avessero mai deluso: probabilmente le lunghe attese tra un disco e un altro hanno sempre contribuito a creare prodotti validissimi, ma da un bel po’ di tempo i componenti (escluso Trewavas) uscivano costantemente con 2-3 lavori l’anno, tra dischi solisti, progetti paralleli e band madre. Dischi di buon mestiere, ma che non facevano gridare al miracolo.
    Ebbene, questo Forevermore, se non è un miracolo ci andiamo vicino. Stolt e Morse, chiaramente i trascinatori e coloro che indicano la direzione musicale, è come se avessero riversato in questo progetto il meglio dei Flower Kings, Spock’s Beard e il Morse solista.
    Nulla di nuovo sotto il sole, niente innovazione, ma il tutto incentrato su un prog rock d’annata ma molto fruibile, caratterizzato da un uso massiccio di cori, controcori e splendide melodie vocali. Ecco, se vogliamo trovare una novità è proprio nel cantato, mai così utilizzato negli altri album e mai che coinvolgesse tutti i componenti. Strumentalmente sempre presenti: vogliamo parlare degli straordinari soli e inserti di Stolt? O del meraviglioso suono del basso di Trewavas
    Davvero non me lo aspettavo.
    Immagino questo disco nelle classifiche di fine anno di mezzo mondo.
    Il transatlantico è salpato con il vento in poppa e sarà molto difficile per le altre band, progetti paralleli compresi, stargli dietro.

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