Yes – Big Generator (1987)

Pubblicato: dicembre 22, 2021 in Recensioni Vintage
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Dopo l’inatteso e cospicuo successo di 90125 gli Yes, con la medesima formazione e Trevor Horn in regia, decidono di tentare il bis; dovrà passare però del tempo perché il successore sia pronto. Infatti la gestazione di Big Generator si presenta complicata sin dal principio, tra spostamenti di studi di registrazione, diatribe interne, scelte musicali non condivise e divergenti: da una parte la volontà di insistere sulla nuova direzione, più accessibile, intrapresa con 90125 e che ha fruttato tra le altre cose un allargamento della platea. Dall’altra il desiderio di recuperare almeno alcune delle sonorità che hanno edificato di fatto il percorso storico della band.

Le turbolenze hanno spesso fatto parte integrante della galassia-Yes, quasi fossero un membro aggiunto, ma in questa occasione si fanno sentire come  mai prima. Trevor Rabin, artefice della mutazione del sound, su una sponda, Jon Anderson su quella opposta, Chris Squire contro (quasi) tutti, Tony Kaye inviperito e nel mezzo Horn, arresosi poi a lavori in corso; un puzzle che impiega circa due anni per completarsi.

Alla fine, nel settembre del 1987 e dopo dure lotte, Big Generator vede la luce con la co-produzione di Paul DeVilliers; vende bene, seppur non come il precedente, ma le tensioni che ha… “generato” fanno sì che, dopo il relativo tour, Jon Anderson lasci nuovamente la band.

Qui si aprirebbe un altro capitolo ma, ovviamente, intendo soffermarmi sull’ascolto del disco che, come già accaduto per 90125, oltre ad attualizzare le sonorità e a produrre trame meno intricate, suona più “americano”.

E’ in effetti Trevor Rabin a guidare il nuovo corso ed il brano d’apertura, divenuto uno dei due singoli di successo, è lì a testimoniarlo. Rhythm of Love si schiude tra suoni evocativi ed un coro in crescendo che deflagra con l’attacco vero e proprio del brano, molto tirato; un andamento serrato ma al tempo stesso abbastanza catchy, abbracciato dal canto e deputato a recitare in qualche modo il ruolo di Owner of a Lonely Heart.

La title track dichiara l’amore degli Yes per un hard-rock più immediato anche se il timbro di Anderson in alcuni segmenti non manca di ammiccare ai vecchi tempi; il pezzo è granitico nel suo incedere, buono il gioco studiato tra pause e ripartenze, gli inserti vocali (singoli o corali) restano di altissima qualità.

Shoot High Aim Love sirivela di uno spessore più consistente, un passaggio maggiormente pensato ed articolato che si pone forse a cavallo tra…le due sponde di cui sopra. Sicuramente sentito più per il proprio gusto che non con gli occhi rivolti solo alle classifiche, ne guadagna in armonia e peso specifico.

Tocca ad Alan White aprire la incalzante Almost Like Love con la quale si chiude la prima facciata. Ritmo battente per un giro che tende a ripetersi con regolarità per la prima metà; successivamente aumenta la rotazione, gli ottoni e la chitarra di Rabin si mettono in evidenza così come l’Hammond in sottofondo per una chiusa arrembante.

Si riprende con Love Will Find a Way, inaugurata da una sezione di archi che lascia brevemente il posto ad un riff circolare e ad un passo ben cadenzato. Il refrain entra rapidamente in circolo, mantenendo viva la fiamma di un pop/rock abbastanza vicino al migliore A.O.R. statunitense a firma Rabin.

Il preludio romantico di Final Eyes rimanda ad antichi momenti degli Yes, condotto com’è dalla voce soave di Jon Anderson e dalla chitarra acustica. Un’atmosfera sognante che viene scalzata da un improvviso e corale crescendo della band che culmina in un momento carico di pathos suggellato dallo stesso cantante e dall’elettrica di Rabin. Questa alternanza si ripete sostanzialmente in dueriprese, quindi giunge l’epilogo emozionante e coinvolgente a suggellare un’ottima traccia.

I’m Running si dipana da una linea piuttosto contorta per acquisire le sembianze di un brano dall’aria latin. Synth e voce disegnano poi un quadro diverso, corroborati da cori, inserti percussivi e note possenti del basso di Squire. E’ un brano che si accende e cambia ritmo ad intermittenza, in un susseguirsi di situazioni che si sovrappongono, quando cercando il mood, quando invece puntando su di una spinta notevole.

In conclusione Jon Anderson si ritaglia uno spazio personale con Holy Lamb (Song for Harmonic Covergence), uno spazio mistico e spirituale, dapprima acustico e poi ascendente, a coinvolgere tutto il gruppo.

Cala il sipario così su Big Generator che rimane un buon titolo, forse anche da rivalutare. Pur non potendo più sfruttare l’effetto – sorpresa, ne cavalca comunque dignitosamente la scia anche se evidenzia meno impatto del predecessore e, qua e là, qualche travaglio.

Max

commenti
  1. Giuse ha detto:

    Non sono molto d’accordo… Mi sembra un giudizio troppo buonista.
    Vero che bisogna tenere conto del periodo nel quale è stato pubblicato, ma a mio parere è evidente la “malavoglia” con la quale sono stati composti i brani. La stessa cosa che poi si è ripetuta più in là negli anni con The Ladder e con l’orrendo Open Your Eyes.
    Big Generator per me è ampiamente insufficiente, al contrario di 90125 che pur non avendo niente a che fare con lo Yes sound che preferisco (quello degli album da yes album a relayer) è comunque un lavoro più che dignitoso.

    • Max ha detto:

      Diciamo che in mezzo a quella baraonda che si era creata hanno fatto meglio che potevano, molto meglio di produzioni successive davvero scarse.
      Ovvio, niente a che vedere con quei lavori che hanno contribuito a segnare un’epoca.

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