Jethro Tull – A (1980)

Pubblicato: dicembre 25, 2021 in Recensioni Vintage
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JT A

Terminato il tour di Stormwatch (inaugurato purtroppo dalla morte del bassista John Glascock), Ian Anderson scioglie i Jethro Tull e comincia ad accarezzare l’idea di una carriera solista, dove disporre le idee a suo piacimento e secondo i propri umori, senza doversi confrontare con alter-ego ingombranti.

Gli anni ’80 ormai bussano forte alla porta e con loro sonorità differenti, elettroniche, sintetiche; per questo il musicista scozzese avverte la necessità di un taglio netto col passato e comincia a buttare giù idee e brani in libertà. Fatto sta che alla Chrysalis, l’etichetta con la quale sono sotto contratto i Tull, non piace molto l’idea di un album solista e così insiste fino a costringere Ian Anderson ad accreditare il nascente album alla band.

La formazione già disciolta viene allora quasi interamente rimescolata con il solo Martin Barre ancora presente; salgono a bordo il bassista ex –Fairport Convention Dave Pegg (in luogo del deceduto Glascock), il valente Mark Craney alla batteria e, come membro addizionale, l’ottimo violinista e tastierista Eddie Jobson, già con Curved Air, Roxy Music, Frank Zappa e U.K.

Con questa inedita line-up, nel giro di tre settimane i Jethro Tull incidono A che viene pubblicato alla fine di agosto del 1980 ma è normale che, in tempi così serrati, stringati, non si riesca ad elaborare una forte coesione tra i vari musicisti, soprattutto quando l’intento è quello di cambiare sensibilmente la direzione artistica. Il risultato quindi è un disco che risente fortemente delle velleità personali del band-leader e che propone un suono talvolta avventuroso, nelle intenzioni aderente a quello del decennio che si sta aprendo, con chiare reminiscenze folk-rock e che si distacca in parte dall’ambiente progressive più ortodosso (peraltro spesso ritenuto poco calzante dallo stesso Anderson).

C’è la ricerca di uno sviluppo più agile delle trame con una maggiore presenza del synth come dimostra l’inaugurale Crossfire, che pure mantiene, grazie al canto e al flauto di Anderson, la tipica aura dei Jethro Tull. Passaggio ritmato, largo e scorrevole, sicuramente gradevole.

Piano e tastiere ed uno dopo l’altro gli altri strumenti incorniciano la voce del singer in Fylingdale Flyer, secondo episodio dove la sezione ritmica tiene il pallino del gioco; l’andamento del brano è sufficientemente movimentato, quasi a sottolineare il cambio di passo rispetto alla precedente “trilogia folk-rock

Working John, Working Joe si apre brevemente con la chitarra acustica ma subito la band intera rinviene su di un ritmo battente; in sottofondo il lavoro delle keyboards ed alcuni inserimenti del violino di Eddie Jobson disegnano inconsueti contorni musicali.

Black Sunday si addentra in un’atmosfera incombente cui le tastiere danno il la; in breve la sezione ritmica ed il flauto imprimono una potente accelerazione prima dell’atteso ingresso vocale di Anderson. Continua a riproporsi il cresciuto apporto delle pelli per ritmi decisamente più sostenuti, mentre a piano e chitarra sono affidate le variazioni. I.A. da par suo impreziosisce la tessitura con i consueti inserti del flauto.

Chiuso il primo lato, il secondo prende inizio con Protect and Survive. Sulla falsariga delle trame sin qui ascoltate, i Jethro girano a buona velocità ed in questo caso è possibile gustare meglio il prezioso lavoro della chitarra di Martin Barre.

Suoni assolutamente elettronici e poi una rapida partenza d’insieme, così si srotola Batteries Not Included, uno dei pezzi che più si distaccano dal nutrito catalogo dei classici del gruppo, proprio a rimarcare l’originalità del progetto.

Il violino di Jobson da il via a Uniform, andamento sincopato e sezione ritmica in buona evidenza per una trama abbastanza elaborata e piacevole.

4.W.D. (Low Ratio) va invece a ripescare tra sensazioni più conosciute, non mancando di innestare suoni ed effetti moderni. Ottimo il lavoro di Pegg con linee nette ma anche la chitarra di Barre finisce sotto i riflettori.

A seguire la strumentale The Pine Marten’s Gig, up-tempo ballad dal sapore antico e piuttosto avvincente ed infine And Further On, dall’incedere suggestivo ed avvolgente, tra suoni ben calibrati ed un secondo segmento dai toni epici.

Sicuramente A non eguaglia le vette raggiunte in precedenza dal gruppo, collocandosi invece ad un livello più basso: si è persa la magia, l’incanto. Se vogliamo però possiede un suo valore, una sua importanza, in quanto è il tentativo (più o meno riuscito) di affrancarsi da una stagione ormai travolta dal punk e dalla new wave, cercando di immaginare uno sviluppo futuro, una evoluzione. All’epoca venne pesantemente stroncato, trovo che oggi invece vada almeno in parte rivalutato.

Max

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