David Gilmour – David Gilmour (1978)

Pubblicato: gennaio 6, 2022 in Recensioni Vintage
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Il tour a supporto dello splendido Animals ha messo a dura prova i nervi di ogni singolo membro dei Pink Floyd. La band sembra non avere più stimoli, manca coesione e regnano i bisogni di ognuno, i rapporti interpersonali sono giunti (fin qui) al minimo storico.

Sino a questo momento buona parte della scrittura dei brani, specialmente per quanto concerne i testi, è stata appannaggio di Roger Waters, vera e tormentata anima del quartetto dopo la “dipartita” di Syd Barret.

David Gilmour è consapevole di essere ormai un chitarrista di riferimento grazie al suo sound liquido e a quelle note trasognate che sembra riuscire a tirare fuori solo lui dalla sua Stratocaster; in più è un validissimo cantante e gli intrecci vocali con l’amico Richard Wright sono già diventati leggenda. Dunque, in questo frangente, diviene per lui prioritario riuscire ad esprimersi compiutamente a tutto tondo, a 360 gradi e per fare ciò esiste solo un modo: produrre un album solista.

Decide così di recarsi nel sud della Francia presso i Super Bear Studios dove chiama a raccolta due amici con i quali ha militato in un gruppo di Cambridge prima di entrare a far parte dei Pink Floyd. Rick Wills (basso) e Willie Wilson (batteria) accompagnano così David Gilmour in due mesi di prove ed incisioni che culminano nella pubblicazione dell’album eponimo da parte della Harvest nel maggio del 1978.

Si tratta dell’esordio solista e quindi il buon Dave si incarica di suonare il piano, hammond, armonica, oltre alle chitarre (elettrica, acustica e lap-steel) e al canto; ancora un poco esitante sui testi, sceglie di puntare su 3 brani strumentali mentre altri 3 sono interamente farina del suo sacco. Un’ultima terzina vede invece una scrittura compartecipata.

Seguendo la scaletta è proprio uno strumentale, Mihalis, ad aprire le danze con un tempo rotondo sul quale la chitarra dapprima indugia, ripetendo pochi accordi, e poi comincia pian piano ad affondare colpi importanti a fondo manico con quel bending diventato ormai un marchio di fabbrica.

There’s No Way out of Here è una cover degli Unicorn che il chitarrista rende una ballad di rock melodico spruzzata di una vena psichedelica. La matrice floydiana ovviamente è indelebile e nell’epilogo i cori di Carlena WilliamsDebbie Doss Shirley Roden accrescono questa percezione.

Composta con Electra StuartCry from the Street è un ottimo esempio di rock-blues dalla temperatura bollente, pronto ad esplodere in ogni momento; c’è un buon lavoro del basso, un netto strappo della Fender ed una intensità di fondo che si fanno realmente apprezzare per una chiusa in crescendo.

Note del piano accompagnano il canto evocativo di Gilmour in So Far Away, una delicata e struggente ballad nella quale si dispiega completamente l’anima del chitarrista. Di nuovo l’ingresso dei cori regala qualche brivido in più, prima di un solo da incorniciare per qualità e per funzionalità al brano.

Short and Sweet, scritta con l’amico Roy Harper, da inizio al secondo lato su di un’atmosfera dapprima sospesa e poi ascendente, per chitarra e voce; l’irruzione di basso e batteria colora il pezzo di toni più caldi che la chitarra, con riff secchi, fa girare improvvisamente.

Carica di flanger la chitarra nella strumentale Raise My Rent, brano che declina gran parte del sound spaziale appartenente a Gilmour ed ai Pink Floyd. Le emozioni arrivano a cascata in un filotto ininterrotto (quando si dice di possedere un proprio suono…)!

No Way prosegue sulle orme di una sorta di blues psichedelico con il chitarrista impegnato su più fronti: chitarre, voce, hammond. Si ribadisce la magia che scaturisce dalle trame intessute, (di nuovo) assolutamente vicine a quelle della propria band.

Un ritmo molto sostenuto, incalzante, innerva Deafinitely, ultimo strumentale in programma. Il tema principale viene sviscerato in abbondanza fino ad un break centrale guidato da una linea del basso e svisate della Strato. L’ultima parte si riallaccia al primo segmento.

I Can’t Breathe Anymore, inizialmente dolcissima ed eterea, completa il lotto; una seconda sezione di rara potenza emotiva rimanda per forza di cose al passato leggendario targato PF.

L’album ottiene buoni (anche se non fenomenali) riscontri di critica e pubblico ma resta un lavoro, a mio vedere, sottostimato. Si tratta di una pietra angolare, non solo e tanto per la carriera solista di David Gilmour (il disco ovviamente nasce sotto l’ombra dei Floyd) ma per la consapevolezza e la forza che genera in lui. Si mette alla prova in solitaria e supera brillantemente l’esame.

Max

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