Archivio per la categoria ‘Recensioni Uscite 2018’

Qualcuno ricorda le vicende di Tom, quel giovane ragazzo divorato dalla passione per il progressive rock, protagonista della storia intorno alla quale ruotava Chronometree (2000) ? Ebbene, il ragazzo è ormai diventato un uomo, con le sue ansie e le sue difficoltà ed i Glass Hammer ci aggiornano grazie all’uscita di Chronomonaut, nuovo e diciottesimo album di una discografia ormai straripante.

Con la partecipazione straordinaria di Matthew Parmenter Chris Herin, rispettivamente voce e chitarra dei Discipline, questo si profila come il disco forse più sui generis per il gruppo del Tennessee perché se è vero che stiamo parlando di un concept della rispettabile durata di 70 minuti, lo è altrettanto che spesso dai solchi del disco emerge un lato più immediato, insolito della band che ne fa, a mio parere, una prova atipica. (altro…)

Annunci

Una lieve spruzzata di Jethro Tull, una lacrima di Caravan, rimandi a Renaissance e a Fairport Convention ed una strizzata d’occhio ai Gentle Giant, oltre ad una sostanziale parte di atmosfere a cavallo tra il medioevo ed il Rinascimento. Musica folk antica (per mezzo di una strumentazione quanto meno singolare) ed accenti progressive, questo dunque erano i Gryphon, band inglese degli anni ’70 che poteva contare su di un affezionato pubblico di nicchia e poco più. Dopo alcune sporadiche esibizioni live, seguite alla reunion, il colpo a sorpresa: un nuovo album, intitolato Reinvention, a ben 41 anni di distanza da Treason.

Brian Gulland (fagotto, cromorno, trombone, harmonium tastiere e voce), David Oberlé (batteria e voce) e Graeme Taylor (chitarre e voce), sono i tre membri originari che hanno voluto riportare in vita ed in un certo senso…reinventare il gruppo. (altro…)

Dici Coheed And Cambria e difficilmente non scatta l’aggancio con i Mars Volta: una innata capacità di mutare forma di espressione sonora, poliedricità, fantasia e abilità nello sperimentare ed approdare in differenti territori musicali rifuggendo da letture banali ed anzi, dando prova in determinate occasioni di possedere anche quel quid di genialità in più, crossover nell’autentico senso del termine. Questo, oggettivamente, prescindendo dai gusti personali che magari possono dirigersi in ben altre direzioni, fossero pure lontane dal sentire di Claudio Sanchez e compagni.

Al tempo stesso possono permanere degli aspetti meno convincenti, o comunque che lasciano alla fine qualche perplessità; a mio modo di vedere è proprio questa l’istantanea resa dall’ascolto di Unheavenly Creatures, nono e nuovo capitolo della saga inerente la band originaria dei sobborghi di New York, pubblicato per Roadrunner Records. (altro…)

I prodromi con Shrine of New Generation Slaves (2013), l’evoluzione con Love, Fear and the Time Machine (2015), passando per la dolorosa scomparsa di Piotr Grudziński e due uscite per il side project Lunatic Soul. Oggi la parziale conferma del diverso indirizzo sonoro intrapreso da Mariusz Duda ed i suoi Riverside con la pubblicazione di Wasteland, settimo sigillo per la band polacca, edito per InsideOut.

I bagliori e le ombre tratteggiate da un approccio più electronic avevano oramai soppiantato in buona parte la dicotomia tra segmenti melodici ed altri più ispidi, per anni un vero punto di forza del quartetto; già, il quartetto… purtroppo si è ridotto ad un trio e questo ha influito molto sulla cifra stilistica della band, sia sul piano umano (una perdita davvero importante) che su quello delle strutture musicali. (altro…)

Quelli che tra voi hanno la bontà di seguirmi avranno notato che solitamente, raccontando di un nuovo album, non sono incline a stroncature tout court né, tanto meno, per partito preso. Se un lavoro proprio non mi convince tendo ad oltrepassarlo; quando si tratta però di una band ben conosciuta e/o che ho avuto modo di apprezzare, mi sento in dovere di descrivere comunque alcune impressioni.

E’ il caso quindi dei Crippled Black Phoenix e della loro ultima uscita, intitolata Great Escape. Decima pubblicazione nell’arco di undici anni e qui, a mio modesto avviso, comincia ad incepparsi qualcosa fin dal primo ascolto. Mantenere un ritmo simile trovo sia impensabile, oltre che infernale, se non a scapito della qualità compositiva e delle idee che, per quanto brillanti nella mente di Justin Greaves, difficilmente potranno tendere all’infinito. (altro…)

Un colpo di coda sensazionale, questa la descrizione in pillole che mi sento di fornire per Hidden Details, nuovo e sorprendente album degli eterni Soft Machine. Abbandonato il termine Legacy che aveva accompagnato il quartetto sino a cinque anni fa con il brillante Burden Of Proof, la”macchina morbida” si è rimessa incredibilmente in cammino a 50 anni esatti dall’esordio, un’era musicale intera !

Ed è stata una scelta (non solo di tipo semantico) assolutamente da condividere perché questo è un lavoro Soft Machine a tutti gli effetti, vuoi per la militanza di decenni di tre dei protagonisti, vuoi per l’intesa profonda cementatasi negli anni con Theo Travis, a mio avviso uno dei più versatili e raffinati interpreti e compositori ai fiati del panorama odierno.

(altro…)

Questa volta non mi sono fatto cogliere impreparato e dunque ecco qua la puntuale segnalazione per la nuova uscita (la terza) dei promettenti Skyharbor, un combo di origine indiana spesso di stanza negli Stati Uniti, che ha cominciato il percorso sulla scia di un prog metal piuttosto tecnico, per poi virare decisamente sul versante djent.

Sunshine Dust è il titolo dell’ ultima fatica e subito, a proposito di djent, va ricordato l’abbandono della formazione di Daniel Tompkins, oramai completamente assorbito dai suoi TesseracT. Oltre a lui ha lasciato pure il batterista Anup Sastry; i due sono stati rilevati rispettivamente da Eric Emery Aditya Ashok ma come vedremo il risultato finale è stato comunque egregiamente centrato. (altro…)