Posts contrassegnato dai tag ‘David Jackson’

Prosegue sicuro il cammino dei milanesi Not A Good Sign, validissimi rappresentanti di un eclectic prog ben suonato e proposto nella ideale miscela tra un occhio al passato ed uno al futuro.

Un percorso discografico, quello di Paolo “Ske” Botta e compagni, cominciato circa 5 anni fa e giunto adesso al terzo capitolo, un passaggio il più delle volte cruciale per una band, sovente decisivo per misurarne la maturazione.

Forte di una formazione ormai consolidata, il quintetto lombardo non si sottrae così a questa sfida pubblicando Icebound, un lavoro molto coeso in cui trovano spazio momenti tecnici ed intricati e, a completamento, altri emotivamente “caldi” ed appassionati. (altro…)

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Potrei cominciare in modo banale e scontato, affermando che con Another Day si realizza in qualche modo l’incontro tra la galassia King Crimson e quella Van Der Graaf Generator ed in effetti, pur con dei limiti fisiologici, non sarei così lontano dal vero.

Infatti, dall’incrocio funambolico tra il violino di David Cross (alla corte del re cremisi durante il fantastico epilogo della prima fase) ed i fiati di David Jackson (snodo portante di gran parte della carriera dei VDGG), scaturisce un album particolare ed interessante, interamente strumentale, cui contribuiscono attivamente Mick Paul al basso (già con la David Cross Band) e l’ormai ricercato Craig Blundell alla batteria (Steven Wilson, Frost*, Lonely Robot DC Band). (altro…)

Fireships-coverThe spirit music reminds you (I Will Find You)

Ci fu un tempo in cui viaggiavo molto, e lo facevo con passione. Capitali europee, soprattutto, ma anche percorsi minori. A Londra c’ero stato in una indimenticabile vacanza-studio alla fine degli anni ‘80, ma quel ritorno nel febbraio di qualche anno dopo nascondeva un sapore diverso. Vita quotidiana di periferia, da alcuni amici di amici, lontano dai percorsi consueti, in mezzo ad un tripudio di bipiani con i mattoncini rossi infarciti di piccole stanze moquettate, tendenzialmente disordinate, e poco ospitali (e non solo per le scale ripidissime). Pieno inverno, freddo, umido e pioggia fine a completare il quadro. (altro…)

frontQuando mi trovo a parlare di gruppi o musicisti italiani in ambito progressive rock confesso di trovarmi talvolta a disagio; non si tratta di esterofilia assoluta o di cieca prevenzione, esistono invece modalità e atteggiamenti che spesso mi lasciano perplesso e non riescono a coinvolgermi.

Sicuramente nel canto prediligo la lingua inglese ma anche i nostri gruppi sono riusciti ad esprimere grandi talenti; penso al povero “Big” Francesco Di Giacomo, all’immenso Demetrio, allo stesso Aldo Tagliapietra, ed in altri momenti a Bernardo Lanzetti oppure Roberto Tiranti.

La maggiore capacità di sintesi della lingua inglese, certa pomposità e artificiosità nell’uso dei vocaboli in molti testi italiani, una spiccata tendenza a rimanere rigidamente ancorati al modello degli anni ’70…tutto ciò molto spesso mi allontana da molte (non tutte, sia chiaro) proposte nostrane. (altro…)

L’ondata del nuovo movimento (poi chiamato progressive rock), vede tra gli altri, ormai lanciati, i Van der Graaf Generator, band fondamentale nata e cresciuta tra Manchester e Londra. Sono anni musicalmente effervescenti, uno zampillare continuo di idee e proposte che andranno a scrivere di li  a poco la storia del rock. In Inghilterra, l’eredità dei Beatles viene raccolta da alcuni gruppi che pur essendo alle prime armi mostrano da subito l’intenzione di volere ampliare gli orizzonti proposti dai Fab Four nella seconda parte della loro carriera. Questo processo di elaborazione e sperimentazione passa attraverso varie modalità, ognuna peculiare e diversa, tanto da divenire in breve uno stile, perfettamente riconoscibile.

Siamo verso la fine del 1970 e i VDGG, capitanati da quello che si rivelerà in tutto e per tutto uno dei musicisti essenziali ed imprescindibili (Peter Hammill) hanno già al loro attivo due album dal peso specifico notevole, ricchi di contenuti e di brani destinati a diventare di culto pur appartenendo ancora alla fase iniziale della loro discografia. Nel settembre del 1969 The Aerosol Grey Machine (il debutto) e solo 5 mesi più tardi l’uscita di The Least We Can Do Is Wave to Each Other riescono da subito a dettare le nuove coordinate indicate dalla band che come vedremo, hanno modo di distaccarsi stilisticamente in modo netto dagli altri gruppi coevi. (altro…)