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Quelli che tra voi hanno la bontà di seguirmi avranno notato che solitamente, raccontando di un nuovo album, non sono incline a stroncature tout court né, tanto meno, per partito preso. Se un lavoro proprio non mi convince tendo ad oltrepassarlo; quando si tratta però di una band ben conosciuta e/o che ho avuto modo di apprezzare, mi sento in dovere di descrivere comunque alcune impressioni.

E’ il caso quindi dei Crippled Black Phoenix e della loro ultima uscita, intitolata Great Escape. Decima pubblicazione nell’arco di undici anni e qui, a mio modesto avviso, comincia ad incepparsi qualcosa fin dal primo ascolto. Mantenere un ritmo simile trovo sia impensabile, oltre che infernale, se non a scapito della qualità compositiva e delle idee che, per quanto brillanti nella mente di Justin Greaves, difficilmente potranno tendere all’infinito. (altro…)

frontSuccessivamente alla pubblicazione di White Light Generator (2014) i Crippled Black Phoenix hanno vissuto un vero e proprio scisma, culminato con il brusco allontanamento del chitarrista Karl Demata e la seguente pesante disputa tra lui ed il band leader Justin Greaves. Non era certo questa la pausa di decompressione che auspicavo chiosando in merito alla precedente uscita; all’interno di una band si possono modificare o rompere alcuni equilibri con conseguenze spesso imprevedibili.

Il primo segnale di rinnovamento è giunto quindi l’anno scorso con New Dark Age, una sorta di lungo EP comprendente due inediti (validi) ed una particolare rilettura di Echoes dei Pink Floyd; con la nuova line up esce ora Bronze, ultima fatica della nutrita formazione inglese. (altro…)