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frontPubblicato da Cherry Red Records negli ultimi giorni, esce l’atteso …And The Truth Will Set You Free…, secondo lavoro solista del chitarrista inglese Dave Kilminster noto per la sua lunga militanza nella band di Roger Waters.

Il talentuoso musicista ha alle spalle innumerevoli e prestigiose collaborazioni, basti pensare che oltre alla principale vanta nel suo palmares apparizioni con Keith EmersonJohn Wetton, Carl Palmer, Anne-Marie Helder Guthrie Govan.

Letteralmente travolto dall’attività live ed in studio con questi grossi calibri ha sin qui prodotto davvero poco singolarmente ma questo nuovo album a mio avviso merita una chance di ascolto; non è il solito disco in cui si susseguono soltanto virtuosismi ad effetto, pregevoli ma spesso fini a sé stessi, ma una raccolta di brani ben costruita dove sfumature di colori si rincorrono a riempire la tela in modo efficace e garbato. (altro…)

frontRicomparsi due anni e mezzo fa con il non esaltante Elegant Stealth tornano alla ribalta i gloriosi Wishbone Ash con Blue Horizon, ventiduesimo lavoro in studio del quartetto inglese guidato dall’inossidabile Andy Powell.

Se il lavoro precedente a conti fatti aveva dato l’impressione di poca ispirazione, di un qualcosa messo su alla bene e meglio attingendo a spunti troppo diversi e lontani tra loro, il nuovo album purtroppo conferma in parte questa sensazione di scarsa organicità.

Smarrita (o lasciata) pressoché definitivamente la vena progressive rock che aveva connotato alcuni degli episodi migliori della band, Powell e soci oggi si affidano ad un grande mestiere e procedono ondivaghi, attraversando come niente fosse passaggi rockrock blues, A.O.R. e, solo in sporadiche occasioni, fanno veloci puntate a sfiorare il progressive. (altro…)

frontIl Boss è tornato, o meglio, non se ne è mai andato e lo ha dimostrato anche con l’ultimo tour passato per l’ Italia (2012) che ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno, tutta l’infinita e prodigiosa forza sul palco di Bruce Springsteen.

Sul versante studio gli esiti negli ultimi anni sono stati altalenanti ma questo credo vada assolutamente concesso ad un musicista in carriera da 4 decenni e non più giovanissimo; le idee, fatalmente, non possono continuare a zampillare come niente fosse ma va detto che, pur tra qualche prova incolore, il Boss è riuscito a portarsi avanti sempre con dignità, sudore e dedizione per il rock.

Giusto due anni fa  Wrecking Ball aveva mostrato un musicista arrabbiato, amareggiato per la situazione sociale e rattristato inoltre dalla scomparsa di un vecchio amico e compagno di tante “battaglie” (Clarence Clemons). (altro…)

FrontA meno di altre incredibili sorprese questo si candida sin da adesso a diventare l’evento musicale dell’anno: il ritorno di David Bowie non è tale solo perché sono già trascorsi dieci anni dall’ultimo album (Reality) ma sopratutto perché in buona sostanza sono stati anni di silenzio che più di una volta hanno fatto pensare ad un ritiro dalle scene. E probabilmente questo atteggiamento è e può essere solo appannaggio dei Grandi (scritto volutamente con la maiuscola); nel momento in cui un’artista di tale statura ha realizzato di non avere niente da dire, da proporre, ha preferito il rigoroso silenzio, indipendentemente dal fatto che le supposizioni sulle sue precarie condizioni di salute fossero solo tali o meno.

Non so e forse non credo che per The Next Day possa essere usata l’accezione “capolavoro” ma sono assolutamente convinto che il Duca riesca ancora a sorprendere positivamente con un album strano, eterogeneo, composito, potente: dentro si trovano flash del Bowie-Ziggy, del periodo disco (Young Americans), chiari ed inequivocabili richiami alle atmosfere della trilogia berlinese, frizzanti rimandi al periodo dance (Let’s Dance), link alle ultime due produzioni in ordine di tempo (l’ottimo Heaten ed il più che dignitoso Reality).  (altro…)

Tuttora quando mi trovo davanti ad un album nuovo di Neil Young la prima cosa che faccio è ringraziare “lassù” che dopo tutto questo tempo “the loner” sia ancora qua, a raccontarci le sue storie con quella voce nasale inconfondibile e la sua chitarra dal suono sporco. Nonostante questo sia già il trentacinquesimo (!) capitolo solista della sua lunghissima carriera ogni volta si accende l’emozione per scoprire che cos’altro, quali vicende, abbia ancora da narrare il canadese.

Premetto che a fronte di una discografia così imponente è inevitabile sottolineare che anche il buon Neil qualche passaggio a vuoto lo abbia compiuto, non tutta la musica che ha composto e suonato potrà rimanere negli annali del rock. Ritrovare però ancora tutta questa energia, questa voglia disperata di comunicare in un rocker oramai di 67 anni è sempre un gran bel sentire.

Il 2012 rimarrà per Young un annata particolare; un vigore ed una ispirazione ritrovati, il sodalizio nuovamente cementato con i “suoi” Crazy Horse hanno dato alle stampe ben due album. (altro…)

La voce, da anni, è sempre più roca, in certi momenti pare quella ispida di Tom Waits; una voce calda e scura, lontana galassie intere da quella nasale, strascicata e un pò indolente dei tempi che furono. Anche le primavere oramai non sono poche, già 71, così come non sono davvero pochi i dischi che ne hanno costellato l’immensa carriera. Il fascino e la magia del menestrello sono però tuttora lì, inscalfibili dal tempo, dalle mode e dall’ avvicendarsi delle generazioni; trascorsi tre anni dall’uscita di Together Through Life giunge il gradito ritorno di Bob Dylan con Tempest, trentacinquesimo album in studio della sua infinita discografia.

Durante il recente tour con Mark Knopfler, che vede la sua prosecuzione negli States sino a tutto l’autunno, il buon Bob aveva accennato sul palco qualcosa dal nuovo disco, sollecitando la curiosità e la spasmodica attesa tra gli appassionati anche perchè correva  voce dovesse essere l’ultimo lavoro di Dylan, il quale ha prontamente smentito.

Scritto, suonato e cantato (oltreché prodotto) dallo stesso Mr. Zimmerman, registrato in California (studi di Jackson Browne), Tempest si presenta nel classico formato diviso in dieci tracce e rappresenta un’ideale continuazione delle ultime due/tre produzioni. (altro…)

Capelli corti, occhiali scuri, un look rinnovato e una maturità musicale ormai raggiunta; così si presenta Steve Vai in occasione dell’uscita del suo ottavo album in studio, The Story of Light. In novembre avremo occasione di vederlo in Italia per tre date dopo il consueto passaggio nei G3 con Satriani Steve Morse. Come ho già avuto modo di dire in passato ho sempre qualche remora ascoltando i lavori solisti di un guitar-hero perchè troppo spesso la tecnica, talvolta fine a sè stessa, la fa da padrona, incontrastata. Le composizioni risultano scarne e tutte tese a mettere in evidenza le capacità del musicista diventando spesso un delirio difficile da seguire con piacere. Funambolismi estremi e ripetuti si trascinano in una deriva onanistico -chitarristica che finisce per stancare e non regalare alcuna emozione. Neanche a farlo apposta proprio Vai è stato per molto tempo a mio avviso uno dei portabandiera di queste interpretazioni che lasciavano quasi un senso di fastidio; l’età, si sa, porta consiglio e saggezza e nel 2005, anno di uscita di Real Illusions: Reflections, ha finalmente dato chiari segnali di una cura maggiore delle composizioni. Non solo dunque frenetiche cavalcate tra shredding e tapping ma anche un articolarsi della struttura dei brani che finalmente mi aveva ben impressionato. Non poteva mancare qualche gemma da axe man consumato ed in effetti Lotus Feet aveva il suo peso. (altro…)