Posts contrassegnato dai tag ‘Steve Rothery’

frontDevo dire che non mi capita spesso di rimanere come incagliato ascoltando un nuovo disco, tanto meno quando la pubblicazione riguarda una band dalla carriera ormai più che trentennale. E’ invece quello che mi è accaduto, sopratutto inizialmente, avvicinandomi alla nuova uscita dei Marillion, probabilmente una tra le più attese di questo anno.

F E A R (F*** Everyone And Run) infatti è un album che mi ha messo in difficoltà oltre il previsto benché non proponga incredibili novità musicali o di testo, nonostante renda l’impressione di ripartire da dove i nostri avevano concluso con Sounds That Can’t Be Made con, al tempo stesso, similitudini e divergenze e malgrado infine un trademark sonoro ormai inconfondibile. (altro…)

Annunci

 

L’occasione era sinceramente di quelle da non perdere. Soprattutto quando si era appreso che la data sarebbe stata la prima in assoluto dopo l’uscita del prossimo attesissimo album (FEAR), prevista in origine per il 9 settembre. Poi la data di uscita è stata posticipata, ma l’appuntamento di Verona, dopo un mesetto di pausa dall’ultimo di una lunga serie di concerti fino ad agosto inoltrato, nulla avrebbe comunque tolto all’attesa di molti di vederli di nuovo in Italia. Alcuni elementi hanno reso questa serata davvero unica ed irripetibile. (altro…)

 

clutching1Il racconto della fine di un rapporto, lenta, inesorabile e senza un vero sapore, se non quello di una sconfitta, o –peggio- di un rimorso.  Avrei potuto pensare a mille altre combinazioni tra la musica che ascoltavo in quel momento e la conclusione di quella storia, frammenti, situazioni, ognuno con la sua colonna sonora.

Ma quello che mi si presenta quando ascolto la nebbia diradarsi sulle prime note di questo CD, è quel panorama di colori e immagini, vive, tratte direttamente da quei mesi e non da altro. Mi vedo tornare in macchina dopo un’altra sera come le altre, passata con lei, e ancora una volta senza aver né tolto né aggiunto nulla al nostro stare insieme. (altro…)

maxresdefaultSi può ancora dire qualcosa per immagini sui Marillion? Qualcosa che non sia stato detto già dalla infinita produzione di video, di concerti, di making of che appartiene alla storia di questo straordinario gruppo? Ebbene, credo proprio di sì, dopo essermi ascoltato e visto per intero questo bellissimo film-documentario sulla Convention 2015 a Port Zelande. Lo confesso, il mio giudizio è condizionato dal sentimento, una sorta di attrazione sotterranea (anche se non immediata, per la naturale diffidenza verso chi mi era stato presentato come un clone degli amati Genesis), ma che ha finito per travolgermi quasi inspiegabilmente (ai tempi si parlava di comarillion) con l’ascolto del primo/secondo album, fino ad esplodere con il fantastico terzo. (altro…)

frontA stretto giro di posta escono due album solisti di Steve Rothery, l’epico chitarrista dei Marillion. Il primo è un doppio live (Live in Rome) registrato in Italia lo scorso inverno: un cd contiene versioni dal vivo del materiale inedito di cui mi trovo a parlare mentre l’altro raccoglie alcune perle “marilliche” tra le quali segnalo una struggente Sugar Mice interpretata con molto trasporto dalla “nostra” Manuela Milanese.

Detto questo però l’interesse si focalizza proprio sul nuovo lavoro del chitarrista inglese dal titolo The Ghosts Of Pripyat, un disco che ha vissuto una genesi abbastanza articolata e lontana nel tempo. Una riuscita campagna di crowdfunding, un improvviso e proficuo zampillare di idee, alcune delle quali tutto sommato pure “distanti” dallo standard consueto cui ci ha abituato negli anni questo musicista.

A cominciare dall’ art work, a firma del noto Lasse Hoile, l’artista danese famoso per la collaborazione con Porcupine Tree e Steven Wilson; per continuare con una band che si è realmente formata strada facendo. (altro…)

Inutile dire che davanti ad un’uscita di questo calibro la trepidazione è alle stelle, sarà perchè invecchio, per affezione o per chissà cos’altro ma un nuovo disco dei Marillion riesce sempre a smuovermi qualcosa. La band che prima di ogni altra e forse più di ogni altra contribuì a riportare in vita il progressive dato ormai per morto e sepolto in una prima fase che, lo ricordiamo tutti, vide il corpaccione di Fish guidare la pattuglia inglese a raccogliere il dolore e lo sconforto dei fans di “genesisiana” memoria; per inciso io fui tra quelli che d’acchito rifiutarono i Marillion, accusandoli di “lesa maestà” e rammento anche di essere stato in numerosa compagnia. Col tempo dovetti ricredermi e la storia dette loro ragione.

Fu un periodo florido, una sorta di età dell’oro per il gruppo e poi, con la dipartita del cantante scozzese, cominciò l’era di Steve Hogarth.

Ripercorrere le tappe seguenti è oltremodo noioso, vale la pena solo ricordare e dare atto ad Hogarth delle pene e delle difficoltà incontrate per riuscire a entrare (se mai del tutto) nel cuore dei fans; nel corso del tempo, come quasi sempre succede, il suono della band è andato incontro a mutazioni, a dire il vero non sempre riuscite. L’imprinting che si portano dietro però li annovera ormai tra i grandi del genere, pur ripeto con alcune cadute. (altro…)