JoCo

Una partenza esplosiva e tre anni di rara intensità contraddistinguono la prima fase della carriera di Joe Cocker. Dopo Something to Say però, il “nero” di Sheffield necessita di una pausa per tirare il fiato e riordinare le idee. Il successo è stato istantaneo grazie all’effetto trainante di festival quali Woodstock e di quello seguente tenutosi all’Isola di Wight ma sono stati poi i primi album a decretarne la conferma.

Cocker ha già dimostrato di essere un grandissimo interprete, la sua voce roca e “nera” radicata nel soul e nel r’n’b è in grado di suscitare forti emozioni anche quando si tratta di confrontarsi con brani di autori eccellenti: nel suo timbro ci sono ritmo, intensità, dramma, la capacità di arrivare dritto al cuore o, indifferentemente, di innalzare il tasso adrenalinico.

E’ meno presente invece la capacità di scrittura, ben pochi in effetti i pezzi elaborati da Joe sin qui: si tratta forse più di un dono che di una vera e propria qualità, di fatto lo si possiede o meno e quindi il cantante preferisce integrare il repertorio sempre con nuove ed appassionate cover.

Nel 1973 comincia a mettere a fuoco un nuovo progetto con la compartecipazione di Jim Price, turnista di lusso già con Eric Clapton, gli Stones e poi con lo stesso Cocker. Prende forma così un’idea basata non più sulla sua figura attorniata da quella che è stata la sua band (The Grease Band) ma da una nutrita serie di session men, più o meno noti, che si alternano nell’accompagnarlo eseguendo le trame musicali.

E’ con questa modalità che prende forma il nuovo e quarto album, pubblicato nell’estate del 1974 da A&M ed intitolato I Can Stand a Little Rain. Co-prodotto dallo stesso Price, presenta dieci brani dei quali uno soltanto reca la firma Cocker/Price; l’impianto poggia invece su cover di artisti già affermati, tra passaggi incandescenti e romantiche ballad.

Lato 1

Put out the Light mette a segno una partenza sprint, piena di venature soul, nella quale si mettono in luce il sax alto (Jim Horn), la tromba (Steve Madaio) e due giovani ospiti da “attenzionare”: Ray Parker Jr. (chitarra) e David Paich (piano). Cocker mostra di essere tonico, ancora carico e guida il brano col suo piglio inimitabile.

Il piano (Nicky Hopkins) introduce la suadente title track composta da Jim Price. La guida vocale è sempre pregnante, per una ballad trascinata in un crescendo da frizzanti cori, dalla chitarra (Henry McCullough) e dalla batteria del “promettente” Jeff Porcaro.

I Get Mad riserva un ritmo bollente ed un Joe Cocker scatenato, incontenibile. Grande utilizzo di fiati (sei elementi) ed un ottimo Richard Tee (piano e organo) segnano in positivo quello che è l’unico passaggio scritto dal cantante.

Composto dal chitarrista (ex Grease BandHenry McCulloughSing Me a Song è un breve ma vivido passaggio dove sono piano e organo (JIm Price), oltre la ritmica, a supportare la voce calda e graffiante di JC.

Jimmy Webb è l’autore ed il pianista deputato ad incorniciare una delle prove migliori del singerThe Moon Is a Harsh Mistress è un colpo al cuore nella sua bellezza fragile sottolineata dall’arrangiamento di archi.

Lato 2

Don’t Forget Me (di Harry Nilsson) si apre con il piano (Nicky Hopkins) e subito dopo la chitarra. Un blues carico di calore e passione, enfatizzato dagli interventi delle coriste e dal drumming puntuale di Jeff Porcaro.

Il pezzo forte dell’album, uno di quei brani destinati ad entrare nella storia della musica incredibilmente non per l’interpretazione di chi lo ha pensato e scritto (Billy Preston) ma per la versione che ne ha offerto un altro artista (Joe Cocker). You Are So Beautiful regala brividi a getto continuo, le prestazioni di Cocker e dello stesso Hopkins al piano diventano leggenda per quanta intensità e densità riescono a sprigionare in meno di tre minuti con apparente semplicità.

Ancora il piano (David Paich) in apertura per It’s a Sin (When You Love Somebody). Un’altra prova maiuscola di Joe su di una malinconica stesura di Jimmy Webb; non da meno sono l’arrangiamento ed i tappeti vocali delle coriste.

Di nuovo una firma importante (Allen Toussaint) in calce a Performance, una traccia carica di pathos seppur più prevedibile nel suo morbido andamento mentre è l’autore del pezzo, Randy Newman, ad accompagnare al piano un ispirato Joe Cocker per una torrida versione di Guilty che chiude il disco.

I Can Stand a Little Rain segna un primo cambio di direzione: cala la quantità dell’impatto ritmico mentre prendono campo atmosfere più rilassate ed arrangiamenti più curati. Sale anche il livello tecnico dei musicisti impiegati, forse lievemente a discapito di quella ruvida elettricità presente in precedenza ma, comunque lo si osservi, si tratta di un ottimo album.

Max

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