frontIl ventenne Rindert Lammers (tastiere) e Roy Post (batteria) sono rispettivamente la mente ed il braccio di un giovane e fresco quintetto olandese denominato Minor Giant. On the Road è il titolo del loro primo lavoro, realizzato in patria con la collaborazione dell’ingegnere del suono dei connazionali Knight Area e pubblicato dall’etichetta inglese  Festival Music (F2).

Non a caso vengono citati proprio i Knight Area perché, sopratutto dopo un primo e superficiale  ascolto, possono sembrare il riferimento più credibile; in realtà poi, approfondendo la conoscenza con le sonorità di questo nuovo quintetto, si scopre che non è solo così.

E’ fuori di dubbio siano presenti tensioni sinfoniche, evocative ed appartenenti ad un filone molto preciso, che ha origine in questo caso dal neo prog degli anni ’80 e che trova nuova spinta ed evoluzione in quello degli ultimi venti anni (Spock’s Beard, Transatlantic).

Andando avanti con gli ascolti però emergono delle attitudini, delle intenzioni legate anche a sonorità più attuali e parzialmente sganciate dal progressive più canonico; sto parlando di sfumature, rapide pennellate, tocchi fugaci ma ad un’attenta analisi sono riconoscibili.

Ecco dunque che i sei brani che compongono On The Road si pongono all’attenzione in modo stimolante anche perché le doti tecniche e la qualità del song writing, a fronte di un’età così verde, non sono comuni. Certo, ci saranno da perfezionare alcuni aspetti e magari selezionarne altri ma mi sembra di potere dire che questo sia davvero un buon inizio.

Oltre ai due membri già citati, la band è formata da Jordi Repkes (chitarra e voce solista), Jos Heijmans (tastiere e voce) e Harry den Hartog (basso), il quale però ha lasciato il gruppo dopo le registrazioni venendo sostituito da Rik van Dommelen.

La durata delle tracce si divide equamente tra tre medio/brevi e altre tre decisamente più dilatate, una delle quali (la conclusiva) arriva sino a poco meno di sedici minuti; i giovanotti non si spaventano dunque dinanzi a progetti ambiziosi e anzi, spesso è proprio quando riescono ad offrire il meglio.

A testimonianza di questo basta cominciare proprio dalla title track, dodici minuti abbondanti che fungono da biglietto da visita; un drumming rutilante, ampio dispiego di tastiere, il timbro scintillante del cantante solista, cambi di ritmo dettati da repentini passaggi di piano. Le tastiere di Rindert Lammers fanno spesso la parte del leone ma tutta la band offre una prova gagliarda, sopratutto nell’epilogo segnato da un solo di chitarra a dire poco epico.

Altro momento consistente è rappresentato da Dream With Eyes Wide Open. Una intro morbida e sognante  porta con sé immediati refoli dei Porcupine Tree; il brano poi evolve verso una direzione completamente differente, rientra in un territorio più neo prog con venature fusion. Ritmica alle stelle, una chitarra quasi pulita (jazzy) e degli strappi consumati dalle keyboards. Il segmento conclusivo ritrova la voce di Repkes e, contestualmente, il suono della sua chitarra.

Un breve episodio guidato dal piano e dalla voce del singer, romantico ma un pò prevedibile (Lead Me Home), conduce alla successiva Hand In Hand aperta nuovamente da batteria e tastiere (davvero in quantità). E’ il turno poi della chitarra a staccarsi brevemente con uno spazio solo, poi il brano guadagna ritmo e dinamica guidato dalla voce (qui un pò incerta) del cantante. Nuovo solo di chitarra e, al solito, un nuovo assalto dei tasti bianchi e neri.

Altra traccia ben riuscita è sicuramente We Are Strangers Here. Ottima atmosfera per un avvio ovattato, piano, tastiere e chitarra ad accompagnare il canto di Jordi Repkes in un rincorrersi di bagliori misti tra IQ e sopratutto Transatlantic; una ballad emozionante cui forse manca giusto qualcosa per fare sobbalzare sulla sedia.

A chiudere in bellezza ci pensa The Last Road, il pezzo più lungo del disco. Una suite costruita a mio vedere sul modello di Neal Morse; lunghe parti strumentali si alternano a fasi cantate, fughe e picchi sonori verticali si susseguono continuamente e le tastiere sono quasi sempre al centro del proscenio pur riservando il gran finale alla chitarra. Bella, di sostanza, ma forse ancora la gittata del tiro non è sufficiente, è un bersaglio prematuro da affrontare all’esordio.

Ad ogni modo niente paura perché il tempo è dalla loro, i Minor Giant sono giovani, hanno talento e credo meritino sicuramente di essere conosciuti e di avere altre occasioni. On the Road è un lavoro assolutamente positivo inquadrato nello specifico di una band emergente ma come tale vive anche qualche mancanza dovuta all’inesperienza; personalmente li terrò d’occhio.

Max

 

 

 

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