Jadis See Right Through You 2012

Pubblicato: ottobre 22, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Anche l’ultimo trimestre del 2012 continua a rivelarsi carico di uscite interessanti e tra queste è il turno di segnalare See Right Through You, settima e ultima fatica degli Jadis

L’album era da tempo in cantiere, ricordo che Photoplay data 2006, l’ennesima rivoluzione nella line up ed un’evidente carenza di materiale pronto ne hanno ritardato la pubblicazione.

Poco dopo la nascita i Jadis hanno sofferto dei difetti e delle pecche tipiche di quei gruppi che in seguito si trasformano in side project; la mancanza di tempo dei musicisti che ne ha limitato la produzione, le mutazioni cicliche di formazione le quali in qualche modo ne hanno tarpato le ali, il richiamarsi in modo forse pure eccessivo alle band di provenienza e comunque e soltanto al progressive sinfonico strettamente legato a quello primigenio.

Tutti elementi che hanno impedito al gruppo, secondo me, di spiccare il volo in modo più diretto quando invece molti degli ingredienti principali erano presenti; nel tempo si sono risolti in un progetto forse incompiuto e questo, ripeto, è un peccato perché la qualità dei musicisti che ne hanno fatto parte resta indiscutibile.

Se andiamo a guardare nel dettaglio infatti oltre al fondatore Gary Chandler, vediamo che calibri quali Martin Orford John Jowitt (ambedue IQ) hanno fatto parte a più riprese della band; di fatto però è probabilmente mancata sempre autentica coesione e unità di intenti.

Tornando indietro negli anni non si può dimenticare l’ottimo uno-due rappresentato da More Than Meets the Eyes  (1992) e Across the Water (1994), così come Understand (2000). Poi qualche episodio più fiacco e ripetitivo frammisto comunque a prove sempre dignitose.

Un pò inaspettato dunque arriva See Right Through You, otto brani di prog più grintoso rispetto ai dettami del quartetto anche se non manca qualche passaggio altalenante. L’ennesima dipartita di Orford e Jowitt  ha fatto sì che le sonorità si allontanino abbastanza da quelle consuete; si è cercato di deviare dal cammino tracciato con risultati tutto sommato apprezzabili.

Con la voce e le chitarre del già citato Chandler ci sono l’inossidabile Steve Christey alla batteria ed i nuovi Andy Marlow al basso e Arman Vardanyan alle tastiere; si è smarrita la presenza e l’inventiva dei due IQ ma nel complesso il motore gira bene anche se, con lo scorrere delle tracce, il pathos e l’impatto tendono piuttosto a diminuire.

Album a due facce che alterna momenti di interesse vivido ad altri forse più contraddittori.

You Wonder Why è la opener del disco, incanalata sui più classici binari della band di Southampton, con la chitarra “rotheryana” di Chandler da subito in bella evidenza e una ritmica serrata e diversificata. Gran tiro per il pezzo iniziale.

Try My Behaviour prosegue sullo slancio ma questa volta c’è da registrare l’ingresso più deciso delle tastiere; nuovamente sono molto curate le armonie, quasi a dare un segno di novità. L’architettura del brano è piuttosto segmentata e l’ascolto risulta piacevole, Chandler si alterna tra l’elettrica e l’acustica.

E’ il turno poi del passaggio migliore e forse più Jadis del lotto, What If I Could Be There; risulta evidente sin qui come l’asse melodico ed esecutivo si sia spostato nettamente sul chitarrista. Le tastiere di Vardanyan ci sono, lavorano con ordine e pulizia ma rispetto ad Orford restano più in secondo piano. Encomiabile ancora il drumming di Christey che si rivela perfetto compagno di viaggio.

Ancora con More Than Ever si conferma questa scelta verso brani più ritmati che in passato e questa volta tocca al piano di Vardanyan indicarne le coordinate. Un riff di chitarra più aggressivo del solito introduce alla seconda parte del brano dove si assiste ad un bel dialogo tra Chandler e le tastiere.

All Is Not Equal riconsegna gli Jadis ad atmosfere più romantiche, i tempi si fanno più cadenzati; poco prima della metà è pero nuovamente un riff di chitarra ad inspessire il suono. Discreta la prova vocale di Chandler il quale, pur non disponendo di qualità sopraffine, riesce a regalare buone sensazioni grazie all’interpretazione.

Nowhere Near The Truth propone nuovamente la chitarra come protagonista, ricamando ed indicando il tema melodico principale. Ritmo a tratti tribale in stile Gabriel lascia che il pezzo si sveli gradualmente per evolvere con un bell’inserto dell’ elettrica.

Il suono della dodici corde introduce il cantato di Learning Curve, arricchita da bellissimi contrappunti delle tastiere, è la traccia che più di altre, almeno nella seconda metà, rimanda al progressive più canonico suonato dal gruppo di Southampton; inutile dire che a farla da padrone è la chitarra di Chandler.

A chiudere la title track che con i suoi otto minuti abbondanti è la song più lunga e forse quella in cui maggiormente risalta questa sorta di dualismo tra la versione attuale del gruppo e quella tradizionale, tra il suono più delicato e dolce degli esordi e quello più vivace e deciso di adesso.

Un disco piacevole dove i Jadis hanno cercato a mio avviso di dare una sterzata al loro suono; la matrice ovviamente rimane prog ma ribadisco che, complice l’uscita di scena di Orford e Jowitt, si è distaccata dai canoni e (aggiungerei) gli stereotipi di un tempo. Se paragonato ai primi album sicuramente può lasciare perplessi, restando all’attualità invece trovo che sia gradevole e ben suonato, con qualche spunto sopra la media. Manca la gemma e mancano forse pure quel paio di pezzi che restano impressi; dunque sicuramente oltre la sufficienza ma non certo memorabile.

Max

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