Willowglass The Dream Harbour 2013

Pubblicato: maggio 11, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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frontIncurante delle mode, crossover psichedelia che siano, il poli-strumentista inglese  Andrew Marshall prosegue imperterrito per il suo percorso sonoro attraverso il progetto denominato Willowglass. E’ disponibile infatti il terzo episodio della serie, intitolato The Dream Harbour che vede Marshall suonare ogni strumento ad eccezione di batteria e violino/flauto.

Le pelli sono affidate al drummer tedesco Hans Jörg Schmitz mentre di violino, flauto e seconda chitarra si occupa Steve Unruh, valente musicista americano; tutto il resto è suonato e curato dal mastermind britannico. Questa formazione va in scena in realtà per la prima volta perchè nei due album precedenti il solo Dave Brightman (batteria) accompagnava Marshall.

Dicevo all’inizio incurante delle mode perchè Willowglass portano avanti con gusto il loro tributo ad alcune delle più grandi band progressive degli anni ’70, su tutte Genesis, Jethro Tull, Camel e King Crimson; qualcuno potrà già storcere il naso, se non conosce i dischi precedenti, immaginando l’ennesima band derivativa al 100 %, magari priva di idee e che si limita a riproporre un modello che ha fatto la storia ma forse oggi superato.

Sotto certi aspetti può anche essere così, nel senso che i legami con le origini sono fin troppo evidenti ma, come sostengo sempre in questi casi, la differenza la fa poi come si riesce ad elaborare il tutto; se si è capaci dunque di traslare ai giorni nostri quel tipo di sound rendendolo materia viva, dotata di anima.

Willowglass, grazie alle doti tecniche ed alla classe musicale di Andrew Marshall, sono a mio avviso in grado di regalare ancora delle belle emozioni, ovviamente e sopratutto per i patiti del progressive sinfonico e a questo proposito vorrei aggiungere anche un mio pensiero che non vuole essere provocatorio (io “provengo” musicalmente da quegli anni) ma se mai spunto di riflessione.

Con tutto l’amore (infinito) che ho ancora (intatto) per i grandi del prog credo che oggi, nel 2013, possa essere più stimolante ed interessante un’uscita come questa, a nome relativamente recente o poco conosciuto, che un nuovo album fiacco e  stiracchiato di qualche band del tempo che fu, con il risultato magari di lasciare con l’amaro in bocca.

Detto questo The Dream Harbour per una cinquantina di minuti offre un viaggio a ritroso nel tempo in cui è facile e piacevole riconoscere tante sonorità familiari e devo dire che in questo non c’è mai un calo di tensione, un senso di noia; il trio riesce a declinare alcuni passaggi di puro progressive in modo così delicato e sapiente da fare sì che il disco giunga al termine in un baleno.

Sette brani, tra cui una lunga suite e due brevi ma gradevoli intermezzi, stimolano ricordi e qualche nostalgia ma allo stesso tempo riescono a tenere desta l’attenzione. E’ il caso ad esempio della lunga suite intitolata A House Of Cards; la prima parte, ben 20 minuti, funge da brano iniziale e da subito si intrecciano le tastiere di Tony Banks con il flauto di Ian Anderson, in un florilegio sonoro incredibile, che va pertanto ad unire e legare splendidamente tra loro input diversi. La matrice è chiaramente quella inglese degli anni ’70, con un frequente cambiamento di paesaggi musicali quando ad opera del violino, quando di un synth piuttosto che del flauto.

A Short Intermission è un brevissimo interludio che precede la seconda parte della suite, decisamente più breve (9 minuti). Il violino di Steve Unruh traccia il sentiero con il robusto accompagnamento del basso. Nuovamente il flauto, secondo uno stile molto vicino ai Tull, sviluppa il tema tra molteplici variazioni sino ad una parte conclusiva che orienta decisamente il suono verso i King Crimson.

Solo due minuti con la chitarra classica in primo piano per Interlude No.2 ma sono due minuti di magia, nei quali le analogie si vanno a spostare verso il mondo sonoro di Anthony Phillips.

Questa sensazione esplode letteralmente con la title track, introdotta dal suono magnifico di una dodici corde e da un mellotron, ricreando così il tipico impasto dei Genesis con il loro primo chitarrista. Brano sin qui migliore in assoluto, pieno di sfaccettature peculiari del progressive d’antan, qualità di esecuzione indiscutibile. Finale in crescendo dopo una seconda parte più mossa.

Un altro breve passaggio in Phillips-style (Helleborine) prima di chiudere con The Face Of Eurydice, vero e proprio compendio di tutte quelle che possono essere le fonti di ispirazione per Andrew Marshall; idee diverse ben assemblate tra loro, in modo organico e sensato.

The Dream Harbour in definitiva è una dichiarazione d’amore per una musica, un periodo, delle sonorità ed un mondo che appartiene ad un’altra epoca; inutile dunque cercare qualcosa di nuovo o di attuale perchè non c’è, è volutamente tenuto al di fuori. L’operazione può venire condivisa o meno, ognuno la può valutare secondo il proprio metro di giudizio ma sono sicuro che ai fans più attempati o comunque nostalgici non potrà passare inosservato.

Max

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