frontAnnunciato un pò in sordina è uscito proprio sul filo della sirena Paradise Filter, nuovo album dei redivivi Caravan, assenti dalle scene da ben dieci anni.

The Unauthorized Breakfast Item (2003) si pensava potesse essere l’ultimo tassello della storia del glorioso gruppo appartenente alla scena di Canterbury ed invece esce questo quattordicesimo capitolo, a ridosso tra l’altro della scomparsa dello storico batterista Richard Coughlan.

L’attività live svolta durante lo scorso anno ha portato evidentemente nuovo entusiasmo tra le fila di Pye Hastings e soci, in un fervore che oramai sta contagiando diversi grandi gruppi del passato, come ad esempio i Camel.

La band che si ri-presenta ai nastri di partenza è quella ormai consolidata nell’ultima decade e dunque, accanto al capitano di lungo corso Pye Hastings (chitarra e voce), si trovano Geoffrey Richardson (chitarre,viola e violino), Jim Leverton (basso), Jan Schelhaas (tastiere) e Mark Walker (batteria), giunto tre anni fa per rilevare Coughlan. Il ruolo di chitarra solista è affidato nuovamente a Doug Boyle.

Pubblicato grazie ad una “crowd-funding campaign” di successo, Paradise Filter raccoglie dieci brani nello stile più gentile ed immediato della band, oramai lontano anni luce dalle incredibili cavalcate e progressioni psichedeliche degli anni ’70. L’età matura, il tempo che stiamo vivendo, i decenni trascorsi,  sono tutti elementi imprescindibili nella valutazione di una prova simile e, al solito, parlando di una band dalla storia lunghissima come i Caravan non si può non tenerne conto.

Le trame ed i colori progressive sono andati in parte sbiadendo, lasciando spesso il posto ad un raffinato ed interessante pop/rock; d’altro canto è pur vero che quando (a sprazzi) si riaffacciano passaggi tipici delle sonorità più conosciute quelli, non a caso, diventano i momenti più suggestivi ed emozionanti.

In una cinquantina di minuti i Caravan riescono a centrare almeno tre brani davvero degni di nota. This Is What We Are che si potrebbe considerare una sorta di manifesto attuale della band in cui la voce vellutata di Hastings si cala perfettamente nella parte, incalzata dall’andamento ondivago del brano, caratterizzato nel finale da un solo vagamente “gilmouriano” di Doug Boyle.

L’acustica suonata da Geoffrey Richardson introduce Trust Me I Am A Doctor, una mid tempo ballad rotonda e piacevole con una sezione conclusiva molto più mossa che rimanda vagamente al tempo che fu…

The Paradise Filter, title track e pezzo conclusivo, riesce a creare un’atmosfera magica meglio di qualsiasi altra. Una trama soft, suadente che esalta il timbro caldo e rassicurante di Pye e le ottime backing vocals. Drumming lieve e preciso, poche note di basso sino all’ingresso della chitarra solista, supportata dalle tastiere. E’ un attimo, solo un istante ma la mente non può non correre con un flash rapidissimo a “quell” album del 1971…

Altri buoni input giungono da All This Could Be Yours (briosa e coinvolgente), Dead Man Walking (ballata malinconica e dalle tinte fosche),  Farewell My Old Friend che si può leggere naturalmente come l’estremo saluto a Richard Coughlan.

I’m On My Way (che mette in luce un buon tiro), Fingers In The Till (“larga” ma un pò prevedibile), Pain In The Arse (dall’incedere molto seventies grazie al ritmo e alle tastiere) e I’ll Be There For You completano il lotto, mantenendo un discreto standard qualitativo senza però fare registrare particolari acuti.

Difficile pretendere di più, a distanza di tanto tempo, da questo manipolo di giovanotti quasi prossimi alla settantina (Doug Boyle escluso). Paradise Filter è un album onesto, una fotografia estremamente realistica scattata con l’occhio maturo di chi ormai non vuole più stupire ma soltanto divertirsi. Alcuni episodi meritevoli, altri meno ma nel complesso una sensazione gradevole all’ascolto: chi cerca di più o si guarda troppo indietro può rimanere deluso.

Max

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