frontUn ensemble molto particolare quello formato dagli svedesi Introitus, una band quasi a carattere familiare dedita …anima e corpo a sonorità neo prog caratterizzate da una buona dose di gusto, una voce solista femminile ed una spiccata tendenza ad offrire il meglio in brani dalla durata dilatata.

Personalmente ho avuto modo di scoprirli tre anni fa in occasione dell’uscita di Elements, secondo titolo della breve discografia; un album che mi aveva colpito per la freschezza e la bella scelta dei suoni, con evidenti riferimenti alle band inglesi degli anni ’90 ma animato da un entusiasmo quasi contagioso. Un lavoro lungo, un’ora abbondante, dal quale spiccavano come gemme alcuni dei passaggi più lunghi (The Hand That Feeds YouDreamscapeLike Always).

Come spesso accade in Italia non è stata data loro la giusta rilevanza ma, inseritili nel radar, non li ho più persi di vista e ora presentano il terzo capitolo intitolato Anima.Mats Bender è il mastermind della band, nonché…il capofamiglia; con lui la bella voce solista della moglie Anna Jobs Bender, il figlio Mattias alla batteria, la figlia Johanna come ulteriore voce ed inoltre Henrik Björlind (flauto e tastiere), Pär Helje (chitarra) e Dennis Lindkvist (basso).

Una sorta di comunità musicale attiva dal 2007, anno dell’esordio con Fantasy, che a mio parere tende a migliorare ed affinarsi ad ogni uscita dopo un inizio di buona sostanza ma forse ancora un pò timido.

Anima riprende in certo modo il discorso cominciato da Elements, magari in modo ancora più ambizioso; la band (e famiglia) di Vansbro ha avuto modo nel frattempo di mettere insieme diverse esibizioni in Svezia e nel nord dell’Europa, maturando esperienze utili per cercare di innalzare il livello del proprio sound. Il nuovo lavoro a mio avviso riesce nell’impresa, non con una costanza incrollabile ma comunque regalando momenti davvero intensi e di spessore.

La breve solennità di Initiare lascia spazio ad uno dei pezzi più rappresentativi del lavoro, Broken Glass. Vento e suono di campane, un flauto e poi l’ingresso maestoso delle tastiere; il ritmo sale repentinamente, incalzante, ad introdurre la voce pulita e presente di Anna Bender. C’è qualcosa dei Magenta, dei Karnataka, nello stile degli Introitus, magari con una particolare attenzione (in certi frangenti) alla ritmica. Un primo break importante della chitarra spezza in due il brano, inaugurando una seconda fase più morbida con il basso in buona evidenza; di nuovo le tastiere ed il crescendo ritmico spingono e regalano ulteriore tensione.

Di nuovo il basso di Dennis Lindkvist, possente, ad indicare la traiettoria per la seguente Who Goes There. Il tempo si fa più serrato, mood inquieto e nervoso, crescente, nel quale si disimpegna molto bene la cantante. Un nuovo stop verso la metà del brano, un carillon e la voce della figlia Johanna Bender, quindi è il turno di una serrata parte strumentale, davvero godibile sino alla fine.

Un’altra traccia lunga (11 minuti) aperta da un gustoso solo di chitarra, Slipping Away. Suoni eterei, liquidi, un’atmosfera che ricorda  a tratti alcune cose della Joni Mitchell anni ’80; musica avvolgente, calda, una ballad sensuale e notturna che plana poi su territori vicini al neo prog inglese. Ancora un cambio di marcia improvviso, una lunga sezione strumentale composita e molto solida sulla quale va ad innestarsi un solo della sei corde. La parte conclusiva riprende il tema iniziale.

You Will Always Be My Girl si apre sulle note di una chitarra acustica ad accompagnare la singer. Uno squarcio aperto dal synth, l’ingresso simultaneo di basso, batteria ed elettrica ed il gioco è fatto. Nasce così una sorta di pop/rock ballad, lineare, ben confezionata; il consueto break a metà del brano, affidato alle tastiere, sfocia poi in un solo corposo della chitarra, ben sostenuta dalla ritmica. In poche parole…come rendere interessante una traccia che avrebbe potuto divenire banale con estrema facilità.

Un incipit sorprendente per Free con l’uso del vocoder e quindi una partenza esplosiva, a tutta forza. La sorpresa è dietro l’angolo però, il suono di un flauto smorza temporaneamente gli ardori della band che ben presto rinviene. Comincia così il brano forse più complesso tra quelli messi in campo dal gruppo svedese; una costruzione a strati, molte intersezioni sino all’ingresso vocale della cantante. Innumerevoli le variazioni strumentali sul tema.

Il frammento più sostanzioso e dilatato sta nella title track, forte dei suoi sedici minuti. Il sound si cala appieno verso le sponde di oltre Manica, ancora una volta si affacciano netti echi delle band del sud Inghilterra a voce femminile: richiami ai Mostly Autumn, The Reasoning ed alle altre citate in precedenza sono percepibili grazie anche al timbro della vocalist. Un neo prog malinconico, emozionale, carico di simbolismi sonori sino a quando ricompaiono il vento e le campane. Il suono dolce di un flauto illumina un quadro spoglio e triste, una breve fase interlocutoria e la band esplode in perfetto sincrono, inaugurando una seconda parte molto più mossa e dinamica. Basso e batteria in gran spolvero, una costruzione che per certi versi si può riallacciare a quelle degli Yes, ed un epilogo tracciato dal suono lancinante della chitarra.

Exire Lost (untitled) hanno il compito di chiudere in bellezza l’ ascolto, brevi strumentali eteree e celestiali.

Mi rendo conto di essermi dilungato ma credo ne valga la pena; mi sento assolutamente di suggerire l’ascolto di Anima anche a coloro i quali ancora non conoscono o non si sono avvicinati a questa band. Introitus mostrano di avere idee chiare e gusto sufficiente per catturare l’attenzione, il nuovo lavoro conferma quanto di buono realizzato in precedenza.

Max

 

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