frontTra le migliori nuove proposte del 2014 ricordo di avere segnalato City of the Sun, album di esordio dei norvegesi Seven Impale, un lavoro frizzante e denso di spunti intriganti. Effettivamente poi il disco ha ottenuto confortanti riscontri, utili a fornire ulteriore spinta alla band di Bergen per la composizione del secondo lavoro, Contrapasso, da poco pubblicato per Karisma Records.

Non so con certezza se questo si possa definire uno step evolutivo; sicuramente si tratta di un passo in una direzione differente, tangente a quanto messo in campo in occasione del debutto. Resta certo invece che la banalità o il ricorso a facili soluzioni non rientrano (fortunatamente) tra le risorse del gruppo.Forte di input disparati e di un certo peso specifico (dal rock jazz, ad estremizzazioni in stile King Crimson, ad una particolare e moderna inclinazione psichedelica) , il sound dei Seven Impale dirotta questa volta su ulteriori territori, marchiando l’area prog metal con il proprio imprinting profondamente spurio, sino a sconfinare di soppiatto nella electronic.

Ne risulta un album piuttosto diverso dal precedente, in fondo magari non altrettanto travolgente ma di certo prodigo di sorprese e colpi di scena e, comunque, non troppo cervellotico. Quest’ultimo aspetto va sottolineato a dovere perché credo che, a conti fatti, sia ciò che più rende appetibile la loro proposta; una sorta di dedalo sonoro dove però, ad uno sguardo attento, sono presenti indicatori di direzione.

Stian Økland e compagni si sono così sbizzarriti, seguendo istinto ed inclinazioni e sin dalle prime note di Lemma se ne ha la riprova; un fluire ipnotico e martellante della musica, un ritmo che cattura su cui partono continue diramazioni vocali in stile psichedelico. Declamante l’ingresso della voce di Økland mentre il sax (Benjamin Mekki Widerøe) prende a squarciare la tela con interventi lancinanti oppure a sostegno della ritmica. Un delirio o un incubo sonoro in grado di mutare repentinamente pelle verso una fase più attendista, drammatica e teatrale, a precedere una chiusa monumentale.

Si prosegue con brani di buon spessore. In Heresy è il ritmo a farla da padrone, giocando con tastiere ed Hammond (Håkon Vinje) da un lato e sax dall’altro; una traccia mossa e crescente nella quale si inseriscono sound noise come a scandirne il susseguirsi dei movimenti. La fase conclusiva è guidata nuovamente dal sax straripante e da un prepotente ritorno del ritmo, prima di un epilogo electronic.

Una delle migliori trame, Inertia vede ancora ritmi molto sincopati contrappuntati dai fiati. Il sound diviene imprevedibile, sa concedere una via di accesso grazie ad indovinati inserti melodici ed esplodere puntualmente grazie ad una prolungata fuga della chitarra distorta di Erlend Vottvik Olsen. Nessun timore quindi nell’andare a ricercare miscele sonore estreme, a sovrapporre continuamente livelli diversi pur seguendo un preciso disegno, quello che già appartiene al Dna dei Seven Impale. Un lungo bridge strumentale conduce quindi al termine.

Langour si configura come uno dei passaggi più ispidi, la band approda in territorio metal e lo fa in realtà offrendone un’interpretazione molto personale ma efficace. Dopo una partenza bruciante infatti piano, sax e voce inaugurano un segmento più morbido, più di atmosfera, uno di quei momenti in cui non è semplice prevedere l’evolversi della situazione; la risposta arriva dal suono delle tastiere e, nuovamente, dal tono teatrale del cantante e chitarrista. Nel finale il pezzo torna a girare su ritmi vorticosi.

Un breve ma gradevole filler, Ascension ed è il turno di  Convulsion, ritmo serrato (un plauso alla costanza del batterista Fredrik Mekki Widerøe), molta tensione per un brano davvero tirato che diventa quasi inafferrabile nello svolgimento, il progressive che incontra l’alternative metal.

Helix si muove in modo diverso; da principio raccolta, quasi mistica e poco dopo in grado di avviluppare tra le sue spire. Può sembrare strano ma trovo ci sia qualcosa dei Depeche Mode nell’impasto musicale, l’elettronica spadroneggia sino ad una accelerazione strumentale incontenibile, esasperata. Il ritmo poi rallenta, quasi si blocca e rimane solo il piano sotto i riflettori per una conclusione in netta contro-tendenza.

Tanta carne al fuoco ma ancora non è finita ! Serpentstone plana in un ambito non così distante da alcune tensioni drammatiche in stile Leprous, ovviamente “rilette” secondo un canovaccio più inatteso.

Phoenix dal canto suo è probabilmente l’episodio più spiazzante, tra voci fuori campo, suoni campionati, sperimentazione a ruota libera, la prima metà si esaurisce in questo modo; nella seconda ritrova una forma più “ortodossa” e meno ostica. Apprezzabile ma il limite è dato da una durata eccessiva che finisce per penalizzare la traccia stessa.

Lo spettro delle intuizioni cui attingere si è dunque ulteriormente allargato per i Seven Impale. Non deludono neanche in questa seconda uscita, Contrapasso infatti conferma quanto di buono mostrato dai norvegesi all’esordio seppure dietro di un’incollatura: City of the Sun, parere del tutto personale, risultava più organico.

 

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...