frontE finalmente, al sesto tentativo, gli Anubis Gate hanno trovato il bandolo della matassa. Horizons (il nuovo album) segna sicuramente il momento migliore nella discografia della band danese, dopo un inizio di carriera a dire poco stentoreo.

I primi due album infatti ( Purification A Perfect Forever) avevano regalato poche emozioni, compressi in un power metal abbastanza stereotipato e consunto; quindi sono seguite un paio di prestazioni più convincenti, sino poi a giungere al disco eponimo  di tre anni fa che per la prima volta metteva in stretta e riuscita connessione tra loro elementi power con altri prog metal.

Un primo segnale forte di cambiamento e maturazione dunque che con questo ultimo capitolo trova finalmente la maturazione, dando origine ad’un ottima prova.

Il quartetto guidato dal cantante e bassista Henrik Fevres si presenta largamente rinnovato pure sotto il profilo della formazione.

Il solo Kim Olesen (chitarra e tastiere) è rimasto nella line up; Michael Bodin (chitarra) e Morten Gade Sørensen (batteria) sono i nuovi innesti e direi che questa trasformazione è avvenuta nel migliore dei modi, rinnovando grinta e forze fresche.

Horizons viene pubblicato da Nightmare Records; dieci brani intensi e tirati (per un’ora abbondante di musica) con rarissimi cali di tensione ed una qualità mediamente superiore al passato. Il song writing si è decisamente irrobustito ed affinato, partiture più articolate e complesse entrano finalmente in gioco pur riuscendo a mantenere sempre vivo quel lato melodico utile per un aggancio immediato all’ascolto. 

Prog-powermetal dunque, che si rivela da subito con Destined To Remember. Incipit solenne e potente, la voce di Fevres in bella evidenza, un andamento possente e progressivo che in qualche momento rimanda ai momenti migliori di Savatage Queensrÿche. Ottimo esordio di Michael Bodin, molto incisivo con la sua chitarra mentre altrettanto oliata pare l’intesa tra il basso ed il nuovo batterista. Grande inizio !

Riff pesanti e ritmo incalzante; una pausa sospesa sul timbro del cantante e un’atmosfera electronic per poi partire alla grande verso lo sviluppo del tema. Questa è Never Like This (A Dream), una linea melodica forte e decisa sostenuta a dovere da una struttura variata.

Sound molto più spesso, pesante ed affilato per la seguente Hear My CallCircus Maximus e altri nomi della scena scandinava si ritrovano qui in vari riferimenti ma il lato melodico che permane fa la differenza per gli Anubis Gate. Scenari che si susseguono, si scambiano, si alternano, come in una rapida sequenza di fotogrammi; l’amalgama rimane tendenzialmente la voce di Fevres.

Questo aspetto si riscontra ancora maggiormente in Airways, uno dei passaggi più accattivanti. Dal suono di una chitarra acustica, da un’atmosfera quasi mistica e raccolta, il brano  si avvia, in un lento e progressivo crescendo, ad una esplosione di suoni e di melodia. Un cambio repentino di ritmo, proietta ancora più in alto il timbro del singer, sino ad una chiusa epica.

Non può mancare un segmento duro e compatto ed ecco arrivare Revolution Come Undone. Ritmo serratissimo, un mood incombente e minaccioso, cadenzato da una batteria ed un basso inarrestabili. Le chitarre fuggono e si inseguono in una girandola senza fine, belle le sovrapposizioni vocali.

Un triste e malinconico arpeggio di piano, brevissimo; poi una chitarra (vagamente in stile The Edge). Così si annuncia Breach Of Faith che di li parte per la tangente; questo è un altro riuscito esempio della buona fusione tra gli elementi power e quelli prog metal, a dire la verità ora nettamente preponderanti. Una intensa sezione strumentale e poi una conclusione da grandi vibrazioni completano il passaggio.

Mindlessness propone nuovamente un approccio elaborato e spigoloso, salvo parzialmente ammorbidirsi nello svolgimento. Il brano ondeggia perennemente tra i due “sentiment”, costruendo così un perenne contrasto, una voluta dicotomia dalla quale è impossibile uscire.

La title track va a ripescare qualcosa delle vecchie produzioni, anche se a dire il vero in modo ampiamente rivisto ed attualizzato; dunque velocità, potenza ma anche attenzione per la struttura, variazioni frequenti ed il consueto occhio di riguardo per la linea melodica.

Quattordici minuti, il brano in assoluto più lungo mai composto dal gruppo, si tratta della imponente A Dream Within A Dream. Ritmo piuttosto atipico per la parte inaugurale, un segmento se vogliamo anomalo sino all’ingresso della chitarra con un breve ricamo. Ecco che si sviluppa un tempo ipnotico, un pezzo in odore di space, di electronic, cui la sola voce di Fevres fa da contraltare. La seconda sezione vede crescere la presenza vocale e con essa l’impianto melodico, per chiudere con tre minuti strumentali devastanti per potenza e varietà di colpi.

La ciliegina finale, il dessert più gradito, è rappresentato dalla conclusiva Erasure. Una ballad nostalgica, giocata inizialmente tra voce e chitarra acustica; il successivo ingresso della band al completo è di grande effetto, breve ma emozionante, un grande momento. Il pezzo poi riprende il mood iniziale e sfuma, nel rimpianto di una durata troppo ridotta.

Con Horizons gli Anubis Gate compiono quel salto di qualità, quel balzo in avanti che cominciavo a dubitare avrebbero potuto spiccare con tale determinazione. Inutile girarci intorno, vivamente consigliato.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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