frontPassa il tempo, corrono gli anni e Gerald Bostock è oramai divenuto a tutti gli effetti l’alter ego di Ian Anderson; il personaggio scaturito più di quarant’anni fa dalla fantasia del menestrello scozzese era clamorosamente tornato alla ribalta nel 2012 con il secondo capitolo di Thick As a Brick. Nel frattempo Gerald si è ritirato dalla vita politica nella placida St. Cleve e, mentre si dedica a tempo pieno alla scrittura, scopre un antico libro scritto da un anziano gentiluomo di campagna, appassionato di storia (Ernest T. Parritt).

Il libro ripercorre la storia inglese attraverso vari personaggi e vicende in differenti epoche; tutti però vengono trattati con una vena molto particolare, frutto del delirio cui la malaria aveva sottoposto il vecchio Parritt.

In questo modo, con un transfer perfetto, Gerald Bostock diviene indirettamente il vero autore di Homo Erraticus, il sesto e nuovo album del leader dei Jethro Tull.Suddiviso in tre parti, Homo Erraticus viene pubblicato per Kscope, una delle label più attive in ambito prog; a sua volta ogni traccia (sono quindici in tutto) rappresenta un capitolo, un frammento di storia collocato in un periodo preciso; si comincia dal Neolitico per approdare, in una lunga cavalcata, addirittura al 2044…

Le tre parti di cui parlavo infatti riguardano rispettivamente cronache e racconti dei fatti, profezie e rivelazioni.

Un viaggio immaginario lunghissimo dunque, nel quale Ian Anderson ha dispiegato tutta la sua fantasia, esperienza, e carisma per confezionare quello che, almeno sulla carta, è il suo più ambizioso lavoro solista. Oltre al magico flauto, la chitarra acustica e una voce da decenni inconfondibile, trovo una accuratezza degli arrangiamenti superiore ad altre uscite.

Il folletto sceglie di lasciare abbondante spazio alla sua collaudata band proprio per garantire quella unità di intenti, quel senso di coesione e di vero “gruppo” basilare per la buona riuscita; molta voce in primo piano, con i suoi molteplici colori, accenti, toni. Il sound, complessivamente, è caratterizzato, collaudato, riconoscibile, unico; sviluppato dalla medesima band presente due anni fa per TAAB 2, una reincarnazione (o una proiezione nel presente) dei Jethro Tull.

John O’Hara (tastiere), Florian Opahle (chitarra), David Goodier (basso), Scott Hammond (batteria) e Ryan O’Donnell (voce) accompagnano ottimamente il lavoro e la personalità di Anderson nella consueta tavolozza sonora composta da elementi progressive rock e folk; in un modo così fedele ed appropriato da lasciare stupiti.

Part 1: Chronicles

Il primo riferimento è a Doggerland, nell’era glaciale fu una parte d’Europa che comprendeva e univa tra loro Inghilterra, Germania e Danimarca. Flauto subito in primo piano e la magia comincia, come sempre; il timbro di Anderson provvede al resto, cantando di un’era così incredibilmente distante. Un bel solo di Opahle e poi l’Hammond irrompono per un ottimo break, di qui la ripresa del tema iniziale, sospeso tra folk ballad e prog rock.

Troppo breve Heavy Metals, splendido bozzetto collocato temporalmente nell’età del ferro; Enter The Uninvited è un passaggio chiave nell’economia della storia, pieno di abrasive allegorie. Con il titolo latino Puer Ferox Adventus si celebra l’avvento del Cristianesimo in una delle tracce, musicalmente, più suggestive ed impegnative (è tra l’altro la più lunga del disco, oltre sette minuti).

Meliora Sequamur ci trasporta nel medioevo. The Turnpike Inn è il tripudio dell’ Anderson style, tra flauto, fisarmoniche e riferimenti ad una antica e famosa strada di grande passaggio in Inghilterra, tra il ‘700 e l’800. The Engineer corre a metà del 1800, a ricordo dell’ingegnere britannico Brunel, autore di tunnel, gallerie e ponti sospesi.

The Pax Britannica, incentrata sul lungo periodo del colonialismo britannico, chiude questa prima parte.

Part 2: Prophecies.

Sui due conflitti mondiali tocca a Tripudium Ad Bellum, ottima strumentale che forse avrebbe potuto essere maggiormente sviluppata. After These Wars fotografa il periodo di benessere, tranquillità e prosperità seguito alle due guerre, in particolar modo negli anni ’50 e contiene nuovamente un incisivo solo di chitarra.

New Blood, Old Veins invece si focalizza sugli anni ’60, il consolidamento del benessere, i primi fermenti giovanili in Europa e Inghilterra; musicalmente non un episodio trascendentale, anzi.

Part 3: Revelations.

Brevissimo interludio, In For A Pound, porta dritti a The Browning Of The Green. Siamo nel 2014 e puntualmente compaiono tutti i problemi e i disagi che stiamo vivendo, tutti i malesseri del vivere quotidiano; buon passaggio, molto Tull. Segue la breve e narrata Per Errationes Ad Astra per poi terminare con la distruttiva (ma necessaria per una nuova rinascita) Cold Dead Reckoning.

Le sonorità tipiche, il sarcasmo e le metafore nei testi, la presenza magnetica e carismatica di Ian Anderson che pare inossidabile; tutto concorre a fare di Homo Erraticus un Cd su cui ci sarà abbastanza da argomentare.

Per parte mia posso dire di avere una percezione duplice: da un lato ribadisco di trovarlo uno dei migliori lavori prodotti dal front man di Dunfermline fuori dai Jethro. D’altra parte confesso che, pur nella magia intatta di certi suoni e certe soluzioni, a tratti il peso del tempo comincia a farsi sentire. Un disco intrigante, ben suonato, coerente che forse però vede la luce in un’epoca ormai lontana.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

commenti
  1. Paolo Carnelli scrive:

    Per me ( e ribadisco, per me) un disco di una noia mortale….

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