carPer motivi anagrafici non è una sensazione che ho provato direttamente. Ma posso immaginare e quasi toccare con mano l’atmosfera di attesa mista a curiosità di un qualunque fan dei Genesis, in quel lontano mese di febbraio del 1977, nel preciso istante dell’abbandono della puntina del giradischi al suo destino, tra i primi solchi di quello strano album, in cui un idolo del recente passato mostrava il suo nuovo volto nascosto dietro un vetro bagnato di pioggia e –per definizione- intriso di sapore british

Ebbene sì, tutto si era compiuto e dopo due anni e più di assenza, quando già gli ex compari avevano confermato di esistere (e come!) anche senza di lui, Peter Gabriel si era deciso a comunicare al mondo le tracce iniziali di un nuovo cammino, che lo avrebbe portato molto lontano.

La volontà di intercettare il nuovo, di cogliere i segnali di un prossimo cambiamento, e tutta l’incertezza di uno stato di ricerca permanente, che in definitiva avevano reso soffocante la sua permanenza nelle stanze dorate dei G., sono gli elementi che spiegano un senso di straniamento, una specie di schizofrenia, forse solo apparente, una sorta di inquietudine, che accompagnano l’ascoltatore durante tutto il (breve) percorso di PG 1.

A proposito, anche il fatto che l’album non abbia un nome, dopo tutti quei meravigliosi titoli degli anni precedenti che avrebbero composto l’immaginario collettivo per molti anni a venire, rende il senso di una presa di distanza, quasi come a voler rovesciare il tavolo e ricominciare da capo (e allora la necessità di nominarlo, solo nostra, anche contro le intenzioni dell’autore, indicandolo per brevità car); e, nello stesso tempo una precisa presa di responsabilità, il “metterci la faccia” anche se in modo sfumato e non diretto (così come accadrà negli album successivi) lasciando immaginare il volto dietro impenetrabili gocce di pioggia e affidando il nome a caratteri minuscoli e quasi invisibili.

Vi risparmio la storia che sicuramente è nota. Per cercare un produttore nuovo e completamente lontano dall’universo inglese il Nostro va a scegliersi Bob Ezrin (Lou Reed, Alice Cooper…insomma universi distanti anni luce dal progressive, anche se Ezrin avrebbe poi collaborato con i Pink Floyd per The Wall); i suoni sono ruvidi, non accomodanti, ma danno ampio respiro alla dimensione vocale di PG, che ha modo di toccare i più vari registri senza troppo scomporsi; i musicisti che lo seguono in realtà non sono una band, e in quel momento non erano così conosciuti, ad eccezione del solo Robert Fripp, immediatamente, e direi quasi naturalmente, intercettato nella comune smania di addentrarsi in sempre nuove dimensioni.

Non ci sono virtuosismi solistici, anche se già si intravedono, ad esempio, la precisione e tenuta del basso di Tony Levin, e si avverte la scelta a favore del puntuale utilizzo del pianoforte, la cui sonorità è costantemente preferita rispetto alle atmosfere (che improvvisamente appaiono più datate) delle tastiere sotto le varie forme ereditate dai primi anni 70, che comunque nell’album sono saldamente in mano alle intuizioni di Larry Fast. E poi, su tutto, quell’effetto quasi soffocante di compressione, in poco più di 40 minuti di incisione, di generi e riferimenti diversissimi (compresi, e sarebbe stato innaturale l’opposto, chiarissimi richiami al recente passato). Ma andiamo con ordine.

La prima facciata (è pur sempre nato come un LP) si apre con quello che poi risulterà essere il più chiaro riferimento a quello che PG è stato e ha rappresentato. Un formidabile narratore di storie in musica, capace di restituire atmosfere e colori diversi solo variando l’intensità o l’altezza della sua voce, in modo del tutto credibile. Moribund the Burgemeister è tutta qui, è una storia che dipinge immediatamente in chi l’ascolta un mondo, uno specifico riferimento narrativo, che non so descrivere se non con le immagini, i colori e le atmosfere che rimandano ad un certo tipo di pittura tardo medievale contadina o villanesca (ad esempio Bruegel il Vecchio). Non si può comunque rimanere insensibili alle aperture in crescendo che si alternano con il recitato/cantato, così lontane da quello che avevamo sentito fino a quel momento, accostabili per la loro ruvidezza magari solo a qualche episodio più duro di The Lamb, ma sicuramente e a loro modo evocative.

Ed ecco arrivare, su un giro di accordi ripetitivo ed un base ritmica irregolare anche se puntuale, Solsbury Hill, il brano del disco che, nel testo, più è stato accostato alla volontà di dare una spiegazione, per chiuderla definitivamente, alla vicenda dell’abbandono del gruppo, ossia di una vecchia strada conosciuta, a favore di nuovi territori ed esperienze. Il testo, che racconta di una sensazione legata ad un cambiamento, è esposto con urgenza, senza alcuna dolcezza, mentre la ritmica trascinante e le incursioni della tastiera fanno intuire fin da subito che il brano sarà uno dei più acclamati nelle esibizioni live. Pur nell’apparente semplicità del ritmo, PG sfodera tutta la sua capacità di rendere drammatica ed intensa ogni sua interpretazione, e di chiamarci ad una irresistibile attenzione alle parole che dice e che vuole dirci (un po’ come accade, con le giuste differenze, con Peter Hammill). E tutto questo in un brano di segno apparentemente leggero e scanzonato, con un riff che entra immediatamente in testa, con il suo ritmo trascinante e che lascia indubbiamente il segno, mettendo così in pace il cuore dei fan circa la immutata capacità di Gabriel di produrre musica di classe anche nella nuova veste.

Incanalato su binari abbastanza rock, anche se inconsueti, l’album prosegue con una ulteriore accelerazione verso atmosfere tipicamente rock, quasi in territorio Rolling Stones. Con Modern Love PG spinge all’estremo la necessità di rivelare al mondo la sua attitudine di rocker, e la sua voce si catapulta urlando su riff di chitarra poderosi e pieni, che solo in un paio di occasioni si fanno superare da brevissimi intermezzi di dolcezza e di pausa, con due cambi di ritmo da brividi, mentre il suono quasi soul del sintetizzatore  in sottofondo (con sonorità che avrebbero fatto invidia a Prince – un po’ come per Big Time in SO) mentre sottolinea ancora una volta il solco che lui ha voluto mettere tra sé e il suo recente passato, lo riporta comunque alle sue origini, non così lontane da quelle influenze soul e blues che periodicamente nella sua lunga carriera avranno modo di emergere periodicamente.

Sono passati tre brani ed improvvisamente arriva il primo effetto veramente spiazzante: Excuse Me, una specie di divertimento vocale, uno scherzo old-american style, con trombone – basso/tuba, ma anche stacchi alla Beatles, banjo suonato inaspettatamente da Robert Fripp, voci a cappella. Tre minuti stravaganti e totalmente inaspettati.

Quasi una necessaria premessa, una rincorsa per apprezzare meglio il salto verso Humdrum, che si apre con una dolcissima introduzione vocale di PG, la voce che si muove a suo agio nei toni più caldi, rassicuranti e conosciuti ma fino a questo punto ancora non ascoltati, e che si attrezza per sfociare in aperture drammatiche, in una escalation di tono che dopo una prima deviazione e sospensione, trasporta il tutto in una dimensione quasi epica. Trovo allora qui ancora il PG capace di evocare con la sua voce un intero universo, di farci accostare alle dimensioni meno banali della normale narrazione, un po’ come accadrà poi con gli accenti maestosi contenuti in alcuni suoi pezzi memorabili come Family Snapshot, con una serie di immagini ipnotiche e surreali, ma di grande forza poetica (Watching the sound forming shapes in the air/ from the white star/came the bright scar/ Our amoeba/ My little liebe schon).

Il tempo di girare l’LP e di nuovo ci investe un’onda in puro stile rock duro, aggressivo, sostenuto da una voce tagliente, e per niente tranquillizzante (Slowburn). Il pezzo è saldamente tenuto in mano dalla chitarra elettrica, paradossalmente a tratti quasi pop -a volte certi svolazzi sembrano quasi scritti da Brian May– e dal racconto affidato ai toni ora potenti ora meno aggressivi ma sempre puntuali della voce, che in alcuni punti sembra precipitare (come precipitava Harold the Barrell?) per poi riemergere con rinnovato vigore. Bene, andiamo avanti.

Manca ancora un po’ di jazz, magari con venature blues: e allora via con Waiting for the Big One, in cui si fa veramente stridente il contrasto tra l’atmosfera jazz creata dal piano, l’appoggiarsi della voce e il contenuto delle liriche, dense di immagini vivide e catastrofiche, per nulla tranquillizzanti, come nello stile dell’intero album. Nella parte finale, quando tutto sembra chiudersi e lasciare il silenzio, c’è spazio per una ultima virata e il pezzo riesce clamorosamente a tradurre il senso di una irresistibile caduta entrando in una dimensione musicale completamente diversa, portato avanti dal suono lancinante di un assolo di chitarra che getta una luce sinistra su tutto.

Si torna in territorio rock con Down the Dolce Vita, piena di idee e di incursioni, con riferimenti alla musica sinfonica (fiati), stacchi improvvisi e ritorni, e l’incrocio ritmato e frenetico delle due chitarre che sembrano inseguirsi in velocità.

Quasi senza accorgersene PG lascia per ultima la perla finale, che colora e ingigantisce tutto l’album. Here Comes the Flood ci riconduce alla dimensione più drammatica del suo modo di cantare, e anticipa in modo formidabile quella che sarà una cifra importante nella composizione della futura identità dei suoi lavori, fino ad oggi. Sembra percepirsi, più in questo brano che in tutti gli altri, il definitivo distacco non solo musicale ma anche intimo, da un modo di cantare che non sarà più uguale al passato. Per questo, personalmente, amo molto la versione originale di questo brano; non sono d’accordo con chi considera eccessive le enfatiche superproduzioni (probabilmente dovute anche al contributo determinante di Ezrin) che trascinano il pezzo fino alla fine, e chi preferisce invece la versione che poi PG farà definitivamente sua, nel tempo, per successive sottrazioni, in un tono più dimesso e privo della parte più epica e drammatica che invece, secondo una personale opinione, è quella che colora e dà quella particolare intensità a tutto il pezzo. La voce è sempre la sua, ma è adattata ad una dimensione nuova, quasi di ricerca interiore e riesce a raccontare come mai era successo prima gli stati d’animo meno esplorati di ognuno di noi, la disperazione, l’angoscia, il flusso del tempo.

Un album dunque che non può non aver lasciato indifferente l’ascoltatore, e non parlo solo dell’ultimo amante dei Genesis alla ricerca delle scintille perdute; è vero sono evidenti le impurità, gli assestamenti, le indecisioni, indice di una specie di immaturità, ma che comunque riescono a restituirci un artista che in qualche modo è riuscito a fare i conti con il suo passato e pronto ad introdurci in una nuova dimensione, in un nuovo percorso che sarebbe stato ricco di intuizioni, di rivelazioni e di emozioni. Sempre con la certezza che, in ogni caso, ogni idea esposta da questo artista non sarebbe stata banale, meno che mai ovvia, e la sicurezza che quella voce ci avrebbe comunque fatto compagnia con il suo inimitabile timbro ancora per molti anni a venire.

Silvano Imbriaci

Febbraio 2016

 

Peter Gabriel  1

25th February, 1977

Peter Gabriel (canto, tastiere, flauto); Tony Levin (basso); Allan Schwartzberg (batteria); Steve Hunter (chitarra); Dick Wagner (chitarra, cori); Robert Fripp (chitarra; banjo); Jozef Chirowsky (Tastiere); Jim Maelen (percussioni); Larry Fast (sintetizzatore)

 

 

 

 

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