frontNuovo appuntamento con la magmatica creatività dei Motorpsycho. Due anni dopo il travolgente Behind the Sun la band norvegese presenta il nuovo e diciassettesimo lavoro dal titolo Here Be Monsters, pubblicato per l’etichetta Rune Grammofon. Il trio di Trondheim prosegue la sua marcia inarrestabile, a dispetto del tempo trascorso e lo fa con un altro album, l’ennesimo, in grado di squadernare tutto ed il contrario di tutto: i consueti passaggi lisergici ed acidi a sottolineare un sentire psichedelico di fine anni’60, una suite avventurosa, brevi passaggi più melodici.

In poche parole viene di nuovo issato il vessillo di quello che, in merito al gruppo di Bent Sæther , viene definito eclectic prog.

La line up anche questa volta si allarga ad un quarto membro, il già conosciuto Thomas Henriksen qui in veste di tastierista e co-produttore; solidi ai loro posti rimangono il cantante, bassista e chitarrista Bent Sæther, Hans Magnus Ryan (Snah), chitarre e voce e Kenneth Kapstad alla batteria, in questa formazione ormai dal 2008.

Here Be Monsters è nato in origine su commissione per i festeggiamenti del Museo Norvegese della Tecnica, dunque una sorta di colonna sonora di un evento che in seguito la band ha elaborato e dilatato sino a farne un vero e proprio nuovo album, immerso tra tracce strumentali e passaggi cantati, tutte in qualche modo improntate ad un sound psichedelico (ovviamente rivisto con le modalità dei Motorpsycho).

L’ascolto del disco dunque tradisce solo in piccola parte le origini, prova ne siano l’introduttiva Sleepwalking e la reprise Sleepwalking Again, due brevissimi momenti acustici in cui è presente solo il piano; tutto il resto ha preso e dato forma vera la nuovo lavoro.

Le prime note di chitarra di Lacuna/Sunrise infatti non tardano a trasportarci indietro nel tempo con un mood soffuso e sognante in un segmento strumentale di grande presa, dai connotati floydiani. La voce del singer si adagia dolcemente su di una tela morbida mentre, lentamente come una marea, il sound cresce e si espande. Efficaci inserimenti del basso, ad accompagnare ma pure a disegnare traiettorie, anticipano un consistente break della sei corde, cui segue l’epilogo che si va a riallacciare al tema principale.

Running With Scissors si sposta su di una diversa direzione, uno strumentale che, come già nell’album precedente, emana profumo di psichedelia californiana fine anni ’70, di quella frangia più vivida e ribelle della west coast di quel tempo. E’ nuovamente la chitarra di Snah a recitare la parte solista in un paesaggio sonoro sereno (il suono di un flauto nelle retrovie) ma “acido” al tempo stesso.

Una partenza affidata ad una scala di piano, quasi in loop; poi un ruggito della chitarra ed il “montare ” pulsante di basso e batteria per un’esplosione sonora culminante con l’ingresso della voce di Sæther I. M. S. si segnala come uno dei brani più ritmati e laceranti, vero “trip” di un’altra era in cui i Motorpsycho spingono molto sull’acceleratore, sopratutto nella seconda parte che è assolutamente travolgente.

Una estemporanea rielaborazione di un brano folk scritto da Terry Callier  e reinterpretato da un gruppo americano psychedelic rock di fine anni ’60, i H.P. LovecraftSpin, Spin, Spin conserva tutto il sapore di quell’epoca, a conferma della particolarità di questa band norvegese, unica forse in patria a cercare ispirazione con tale insistenza in un passato musicale così remoto.

Infine Big Black Dog, imponente nei suoi 18 minuti circa; un abbrivio dolce e graduale, imperniato su importanti vocalizzi (aleggiano qua e la C.S.N.), apre la strada ad un crescendo ritmico costante. Su di una trama solida si intrecciano così squarci vocali e chitarra e tastiere contribuiscono ad alimentare a dismisura la tensione, la drammaticità di un viaggio (o un incubo) che sembra non avere fine, sino al morbido atterraggio conclusivo.

Pur se ancorato nel solco del Motorpsycho sound, Here Be Monsters è un lavoro con qualche particolarità, leggermente diverso dal predecessore ad esempio. I riferimenti del passato vengono cercati con perseveranza e, al solito, trattati con il gusto e il sentire della band norvegese; si percepisce però una maggiore continuità, un legame più stretto ed affine tra una traccia e l’altra. Da ascoltare sicuramente.

Max

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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