Van der Graaf – The Quiet Zone/The Pleasure Dome (1977)

Pubblicato: dicembre 28, 2021 in Recensioni Vintage
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VdG QZ PD

Gli esiti commerciali non troppo confortanti di World Record e dell’ultimo tour pongono in ambasce finanziarie i Van der Graaf Generator. Ci sono poi le difficoltà inerenti il momento (dovute all’ improvviso declino del progressive rock) ed a queste si aggiunge la fuoriuscita di Hugh Banton, motivata da questioni personali.

In poche parole i mesi tra il 1976 ed il 1977 risultano davvero complicati per la band guidata da Peter Hammill il quale tra l’altro sta parallelamente costruendo un importante cammino solista. Il gruppo risente di tutte queste tensioni ma Hammill ancora una volta si carica sulle spalle l’intero fardello delle responsabilità e procede verso la realizzazione di un nuovo album, a questo punto (aggiungo) con una notevole dose di coraggio.

Infatti, oltre alla stesura dei brani si trova a dovere riformare (e ricompattare) la formazione; al proposito viene richiamato il bassista Nic Potter e fa il suo ingresso ufficiale il violinista Graham Smith, ex String Driven Thing. Durante le prime registrazioni, tra la primavera ed il luglio del ’77, anche David Jackson lascia la formazione, al punto che partecipa in concreto soltanto a due pezzi e compare come ospite.

In accordo (?) con la Charisma Records il nome del gruppo viene accorciato in Van der Graaf, quasi forse a sottolinearne una versione alternativa, una nuova direzione e nel settembre del 1977 The Quiet Zone/The Pleasure Dome viene pubblicato.

Come non bastasse una simile rivoluzione anche la track list contribuisce a fornire un elemento di novità: gli 8 brani in scaletta infatti hanno uno sviluppo più contenuto, non v’è traccia di suite o brani molto dilatati ed in linea generale si percepisce una mutazione del sound.

The Quiet Zone (lato 1).

In apertura Lizard Play regala subito un senso di novità grazie al suono del violino elettrico di Smith. Un passo molto sincopato guida il canto di Hammill, accompagnato dal drumming serrato, quasi costipato di Guy Evans, ben accoppiato al basso di Nic Potter: una coppia ritrovata a distanza di qualche anno.

E’di nuovo la sezione ritmica a gettare le basi per The Habit of the Broken Heart. Nella prima parte l’atmosfera è densa, via via poi il brano acquista ritmo: il timbro del front man si conferma di grande suggestione mentre gli inserti del violino si rivelano sempre più presenti.

Siamo nel 1977, quasi tutte le progressive band principali hanno ormai offerto il meglio ma i VdGG hanno invece ancora frecce al loro arco e lo dimostrano con The Siren Song, un passaggio che definire emozionante è forse riduttivo. Una ballad stupenda a guida di piano e voce (P.H.) sulla quale ricamano il violino e bollenti note del basso, sino ad una seconda parte in crescendo.

Questa prima facciata è chiusa da Last Frame, introdotta nuovamente dal violino in compartecipazione con note singole e staccate del basso. Hammill tratteggia con il canto un quadro claustrofobico mentre il brano acquisisce spessore e volume con l’ingresso della batteria.

The Pleasure Dome (lato 2).

Un cupo ma dolce scenario sonoro prettamente di marca hammiliana pervade l’inaugurale The Wave e come spesso accade la sensazione è quella di un nodo alla gola, un misto di malinconia ed ineluttabilità che si perpetua per poi infrangersi come le onde sulla spiaggia.

Cat’s Eye/Yellow Fever (Running) è l’unico pezzo che vede come co-autore Graham Smith. Il ritmo è molto elevato, a supportare un gran lavoro di violino e viola ed il cantato ispido e tirato di Peter Hammill. Un segmento nel quale si incontrano e si scontrano ripetutamente tendenze classiche con potenti accelerazioni e l’effetto che ne scaturisce è molto interessante.

The Sphinx in the Face registra la presenza del sax di David Jackson. Un avvio davvero ritmato ed in sottofondo il violino, prima di un break del basso e quindi del piano, suonato dal band-leader, caratterizzano la prima parte. Il prosieguo mantiene un’andatura decisa e si arricchisce degli interventi di Jackson.

Nuovamente il violino sugli scudi per Chemical World, un episodio piuttosto intricato quanto a sonorità ma dotato di un tipico pathos di marca Van der Graaf (Generator), enfatizzato dall’opera di Smith.

Il disco viene quindi completato da The Sphinx Returns, una breve ripresa del tema di The Sphinx in the Face dove torna ad impazzare il sax.

A mio avviso The Quiet Zone/The Pleasure Dome è un ottimo lavoro, pur a dispetto delle molteplici difficoltà incontrate all’epoca della sua realizzazione e ha mantenuto la capacità di reggere alla prova del tempo, suonando ancora fresco e stimolante.

La presenza del violino al posto del sax, l’assenza delle tessiture dell’Hammond di Hugh Banton, la probabile necessità di chiudere comunque un cerchio… tutte avversità che vengono sublimate e/o superate brillantemente dai Van der Graaf grazie ad una prova dinamica e di buon livello, l’ultima in studio per un lunghissimo tempo.

Max

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